Director’s Cut. Da oggi su Gorgelous.

0 Posted by - febbraio 21, 2012 - Directors Cut, Magazine

Oscar Molinari è stato critico cinematografico, giornalista e organizzatore di circoli di cinema milanesi. È diventato copywriter in Ggk poi free-lance per Young & Rubicam, Ayer, Compton, Brb, Italia Bbdo. Si è trasferito a Roma dove, dal 1983 al 1986, è stato vicedirettore creativo per la J.Walter Thompson, dal 1987 al 1994 direttore creativo della McCann-Erickson e dal 1995 al 1998 direttore creativo di Ogilvy & Mather. Dal 1999 è direttore creativo di Tonic Roma che nel 2000 porta all’alleanza con il gruppo Dentsu come CCP Roma. Nel 2004 ha dato vita a una agenzia a suo nome per poi assumere nel 2008 la carica di Direttore Creativo per i progetti speciali in Lowe Pirella Fronzoni: Ha firmato la regia di due cortometraggi presentati al Festival del Cinema Italiano e ha creato nel 2010 la MOVIEBRAND, agenzia specializzata nel lancio di produzioni cinematografiche. Prossimamente: nomen omen.

Diciamolo subito. Questa non e’ e non vuole essere la solita rubrica con la presentazione dei film in uscita. Ci saranno,a volte, ma solo se il loro rivestimento di emozioni, se il taglio che il regista ha saputo dare alla scansione per immagini di narrazione e metafore, faranno il pelo e il contropelo alla banalità del coro mediatico, corollario abituale di tanto cinema. Preferiamo essere urticanti con le nostre idee e accarezzati solo da sguardi originali che rivestono di morbidi sogni il nostro desiderio di quell’altra possibile esistenza che ogni buon film disvela. Per questo ci piace indossare non un sussiegoso rivestimento di apparati critici ma quella differente pelliccia di visione che ci scalda il cuore e ci assicura una bellezza intramontabile. La bellezza senza tempo di un film, di ieri o di oggi non importa, per sempre eterno. Insieme a una curiosità incorruttibile, capace di farci entrare in sala ancora e ancora. Per prendere posto sotto lo schermo. Forse l’unico posto tra noi e l’infinito.

 Intanto parliamo di Oscar.

Manca poco alla loro designazione. Nessun obbligo per via di questa nostra omonimia che, nomen omen, sembra un destino scontato.

La statuetta e’, lo sappiamo tutti, una fortunata operazione di lancio o rilancio commerciale di titoli più’ o meno interessanti. A volte i giurati ci prendono, altre no. Di sfuggita punterei su “The Artist“, il solo che, senza troppo esagitarsi in encomi, merita una raccomandazione per l’abilità nella ricostruzione e il coraggio di riproporre un film muto e ultracitazionista, in bianco e nero. Retro’ si’ ma con tanta vivacità e attenzione per il dettaglio che non diventa mai stucchevole pretesto.

Tutt’altro discorso per “Hugo Cabret“, altro candidato, a mio parere mestamente soporifero e nella melassa d’insieme quasi di deriva  disneyana.  A parte una scenografia strepitosa del grande Ferretti che nulla può contro la noia, se non fosse per i fastidiosi occhialini che ci spupillano rabbuiando lo schermo e irritandoci, ci sarebbe da addormetarsi serenamente senza accorgersi minimamente di questa bambocciata, persino in 3D, del povero Scorsese che l’amore melenso e nostalgico per i primi passi del cinema nel ‘900 (o forse un budget e un cachet troppo consistenti) hanno definitivamente rivelato incapace di graffiare come un tempo.

Non basta la storia del cinema con Melies per fare di questo film una bella storia.

Inutile anche parlare della eccezionale immedesimazione di Meryl Streep in “The Iron Lady” che forse potrà essere battuta dalle meravigliose cameriere all black

di “The Help“. Brave, bravissime ma il film dell’anno e’ uno solo e non verra’ premiato la notte degli Oscar. Anche perché e’ già stato premiato più volte e chi lo vede non può che restarne incantato. Forse e’ il film definitivo di tutti questi anni. Sicuramente quelli passati.

Non c’e tempo da perdere. Devi vederlo.

Si chiama “The Clock” ed è l’opera, dire meravigliosa è dire poco, di Christian Marclay, un artista che pur si era già distinto in passato per altre sue perturbanti performance e installazioni. E’ vero che, come preannuncio di tanta attuale grandezza, c’era già stato sempre a sua firma un video di dieci minuti chiamato “The Phone” in visione al Beaubourg di Parigi dove erano montati decine e decine di spezzoni di  chiamate e risposte telefoniche tratte da film più o meno famosi. Ma qui siamo all’apoteosi, al parossismo, allo sbalordimento per come “The Clock” e’ fatto, per come sono riusciti Marclay e la sua squadra ad arrivare a questo risultato. Rintracciando l’impossibile e l’irraggiungibile.

E’ l’ora del vero sentire (come dice Peter Handke e come possiamo provare a sentire anche noi, quando un opera d’arte arriva a tutti ma proprio tutti)

Il film, perché questa è l’attribuzione che lo definisce al di là del capolavoro artistico, dura esattamente ventiquattro ore. Avete letto bene 24, lo scriviamo anche in cifre come memento in cui sta la sua infinita stupefacente bellezza e non solo la sua curiosità di durata. Ventiquattro ore spaccate. E per 24 ore sullo schermo si susseguono con precisione assoluta scene tratte da film in cui compaiono orologi con l’esatta indicazione del tempo. E il tempo e’ anche quello istantaneo in cui noi siamo immersi mentre scorre il film. Noi guardiamo gli altri e altro, attori e attrici, gangsters, cowboys, astronauti, pugili, impiegati e campanili, orologi sui binari di treni in partenza, timbra cartellini,orologi da polso nell’assalto a una banca, orologi a cucù dentro a pensioncine, segnali orari in ospedali, soldati prima della battaglia, pendole in movimento in saloni con grandi balli,  gioielli con lancette in regalo, l’ora del condannato a morte…per ventiquattro ore.

E intanto anche il nostro tempo scorre. Se nel film cui assistiamo sono le 17 e 10 sono le 17.10 anche sul nostro orologio, o sul nostro cellulare se ormai ne facciamo a meno. La vita scorre e si consuma mentre la guardiamo incantati nei film da cui e’ tratto ogni spezzone. E’ un delirio. O forse un incubo.

Ma la visione non e’ mai raggelante, piuttosto c’e una patetica condivisione della suprema grandezza del nostro esistere e della sua a volte ridicola consunzione.

E’ chiaro che un’opera così non poteva non suscitare non solo sorpresa ma anche quella gioia insperata che ogni tanto ci instillano i veri capolavori. Tanto e’ vero che, presentata alla recente Biennale di Venezia, si e’ aggiudicata il primo premio assoluto senza polemiche pur in mezzo a altre opere molto interessanti.

Ma qui siamo nel leggendario (mai più, credo, scriverò un simile peana) e se volete averne solo una pallida idea potete cercare “The Clock” su YouTube. Certo e’ quasi impossibile farsene un opinione completa. Per vederlo nella sua totalita’ sarebbe bello averlo a disposizione per più tempo. Magari in un cinema per qualche giorno -e qualche notte- sempre aperto, ininterrottamente. Chissà quale spezzone Marclay e’ andato a recuperare per offrirci una contemporaneità perfetta alle 4.45 di notte.

O e’ già mattina nel cut da lui scelto? Qualcuno che si sveglia agitato? Forse il James Stewart di “Vertigo” ? E se fosse tutto un sogno? Chi davvero merita l’Oscar? Brrrrrr che freddo, ci vorrebbe una pelliccia. Già, quella di visione.