Da vedere (a occhi chiusi).

0 Posted by - aprile 13, 2012 - Directors Cut, Magazine

Escono alla spicciolata. Anche a sei per volta nei fine settimana. Cercano spettatori ma non riescono a oltrepassare la soglia di un interesse suscitato da un qualche rilievo,

un titolo incuriosente, un cast particolare, una regia almeno notoria se latita la firma autoriale.

Ma non c’è niente da fare. La magnifica assenza di qualsiasi motivo per cui valga la pena di acquistare un biglietto ci suggerisce una benevolenza silente nel lamentarci di visioni tanto inconsistenti. Anche Magnifica Presenza, il film di Ferzan Ozpetek che abbiamo parafrasato al negativo per indicare questo speriamo momentaneo oscuramento di proposte interessanti, conferma  una noia purtroppo generale.E’ una vacuità che ci avvolge in pitonesche, lentissime e altrettanto robustissime spirali di tedio. In sala erano più le teste calve e le bionde cotonature di signore in età che le chiome luccicanti di gel e le orecchie incapsulate nei piercing, quasi a significare una lontananza ormai acquisita da un pubblico che si voleva intelligentemente trasgressivo. Siamo lontani dalla scattante sceneggiatura di Mine Vaganti, il film precedente del regista turco-italiano. Persino alcuni sottotesti gay che hanno sempre fatto di Ozpetek

un po’ l’ ” Almodovar de’ noartri”, si rivelano delle concessioni giusto per non rinnegarsi completamente. Resta la prova del protagonista Elio Germano che con sguardo stupefatto cerca di mostrare una qualche sorpresa, purtroppo telefonata, per il cast di presenze spiritiche ma amiche che gli stanno intorno nella casa affittata a prezzo irreale. Ectoplasmi anche nelle particine da caratteristi loro assegnate, macchiette inconsistenti cui si prestano praticamente tutti gli attori feticcio del regista (manca Accorsi che ormai si concede raramente al cinema italiano dei suoi esordi sostituito da un bistrato Beppe Fiorello). Una catacombale Anna Proclemer chiude il film con la solita comparsata, ma si dovrebbe dire cammeo, di attori ripescati dallo Stige di un’antica notorietà.

In un panorama così lattiginoso, dalla palude da cui riaffiora persino il Titanic in 3D,dalle bolse e pruriginose schermaglie di Luciana Littizzetto e Rocco Papaleo sulle porno misure del figlio in E’ nata una stella tratto dal librino del sopravvalutato Nick Hornby, da una Biancaneve stile Bollywood del (un tempo) bravo regista pubblicitario Tarsem,

dal successo con 2 milioni di spettatori in Francia per Quasi Amici con la coppia povero extracomunitario e ricco in carrozzella anche qui con prevedibili schermaglie come già

Tom Cruise e Dustin Hoffman in Rain Man e decine di altre pellicole con il duo sano-malato…uffa..uffa…e ancora uffa… da queste sabbie mobili di soggetti risaputi, le nebbie si squarciano solo andando a vedere l’unico film piombato un po’ a caso nei nostri circuiti: Cosa piove dal cielo? Un cuento chino (un racconto cinese) titolo originale del film argentino del regista Sebastian Borensztein,  anche lui  di estrazione pubblicitaria (non è un demerito, anzi).

Dopo il film Whisky di Juan Pablo Rebella e Pablo Stoll che dovete assolutamente recuperare in DVD (se esiste) perché siamo in presenza di un quasi capolavoro di sarcastica tragedia esistenziale di due fratelli proprietari di una fabbrica di pedalini, anche in questa opera apparentemente più statica c’è da ammirarne la sapiente costruzione drammatica ambientata nella periferia di Buenos Aires. Protagonisti il padrone di un negozio di ferramenta e un giovane profugo cinese raccattato per caso lungo una strada e incapace di farsi capire.

Non sveliamo cosa c’entra in tutto questo una mucca caduta dal cielo (ecco il perchè del titolo), il numero di viti sbagliato inscatolato in ogni confezione e una donna appassionata. Diciamo solo che contano certe immagini, certi tempi tra un dialogo impossibile e una parola di troppo, tra una risposta e un’altra domanda e certi sguardi che dicono un dolore perplesso in cerca di spiegazioni. Come le cerchiamo tutti. Magari andando a vedere un film come questo che sa parlarci anche di integrazione senza la solita noiosa retorica che strazia tanto cinema italiano come in Terraferma di Emanuele Crialese. Non a caso questo film ha vinto al Festival di Roma il Premio della Giuria come miglior film e contemporaneamente il Premio Miglior Film anche dal pubblico.

Che la straordinarietà della vita e l’intelligenza ironica della sua messa in scena senza alterigia autoriale incomincino ad affermarsi? Sarebbe una grazia proprio caduta dal cielo.

PinterestFacebookTwittertumblrLinkedInEmailGoogle+StumbleUpon