Da sentire (a orecchie ben aperte).

Film meravigliosi che fanno la storia del cinema. Film che sfatano una leggenda, quella che vorrebbe colpevoli di banalità registica tutti quei film dove scorre insistentemente una voce fuori campo e li declassa a opere con un difetto congenito, un’incapacità del regista e ancor più dello sceneggiatore a spiegare con scene e immagini lo svolgersi del racconto, l’imprescindibile trama, l’accavallarsi di fatti e accadimenti vari in lineare o (più  insolita) saltellante successione temporale.
E qui mi piace citare alcune meraviglie, dei film straordinari che saremmo felici di ascoltare anche per radio pur di risentire quelle voci, quelle atmosfere sonore dove le parole di uno speaker, uno dei nostri eccezionali doppiatori, evocano mondi interi, sanno raccontare semplicemente attraverso il tono e le pause stati d’animo e sentimenti, ci proiettano ancor più delle immagini luminose riflesse dallo schermo in uno stato di identificazione totale quasi fossimo noi stessi a parlare di quello che siamo vedendo. Sono un occhio sonoro che legge nel senso ultimo della narrazione.
Ripensate anche voi ai vostri film del cuore in cui la voce fuori campo ha un ruolo se non fondamentale almeno capace di farsi notare e colpirvi. E per piacere segnalatemeli per condividere questa passione per ora ristretta a pochi iconoclasti. Intanto segnalo questo piccolo elenco senza la pretesa di una classifica ma solo con il consiglio di recuperarli al più presto e fare attenzione a queste voci. Voci lontane, sempre presenti per usare il titolo del bel film di Terence Davies.

L’uomo che non c’era dei fratelli Coen. Voce piena di disincanto, attonita, ancora assorta nell’osservazione di quanto inspiegabili siano coincidenze e indole individuale. O forse no. Non è addolorata, ma diventa stupefatta nella redenzione della morte, con una pena capitale senza pena. Da ascoltare ogni tre mesi. Per darsi lo spleen nichilista di chi ha capito tutto.

Barry Lyndon di Stanley Kubrick. La voce riconoscibilissima di Romolo Valli, la voce del destino, una voce che tutto sa e tutto capisce, una voce che non ride di noi ma sembra meravigliarsi divertita per le fatalità che sgretolano le nostre certezze e poi le ricompongono all’infinito.

Marlowe, il poliziotto privato di Dick Richards. La voce più cool, più sfinita, l’unica che può avere il detective con il cuore ferito. Romantica e irsuta come la corda del cappio che sfrega il collo di un impiccato, ma ancora con un residuo di speranza, con il desiderio sommesso che domani il grande amore non si trovi solo sul fondo di una bottiglia. Beviamoci la vita, tanto anche le lacrime non sono che gocce da annegare nella cascata dei giorni.

Viale del tramonto di Billy Wilder. Una prima volta esplosiva, la voce che ricorda tutta la sua vita precedente, una voce dell’oltretomba con disvelamento finale di chi osserva l’inconcludenza del suo agire. Una voce diventata sapiente, la saggezza di chi ha capito tutto troppo tardi. E’ il dopo che non si capisce.

Il Processo di Orson Welles. La voce di ogni vita, la morte, il caso, il grande vecchio, lo stesso regista, Kafka stesso se avesse voluto narrare con un gran vocione lo spavento senza perché cui siamo destinati, Dio. O il nulla? Il niente, naturalmente afono.

E poi, presto presto prima che arrivi il sole dei week end e delle gite fuori porta, ecco spuntare nella programmazione confusa post pasquale “Pollo alle prugne” di Vincent Parronaud e Marjane Satrapi, la stessa che un paio di anni fa si era rivelata con Persepolis, il film di animazione tratto dalla sua graphic novel come si deve dire adesso che fa più fighetto che usare la parola fumetto. Anche qui la voce fuori campo ricorre a oltranza e pare dar ragione ai suoi detrattori. Il film di impianto favolistico ma lento e macilento nel percorso allegorico su un virtuoso del violino che ripercorre la sua vita mentre si lascia morire davanti ai figli e alla moglie che non sa comprendere il suo talento artistico, sembra proprio usare le scene per illustrare un po’ staticamente il racconto orale. La ricostruzione di una Persia da album delle figurine ha una certa ingenua attrattiva scenografica ma dopo un po’ ci si chiede se non era meglio ricevere alla cassa all’entrata un bel giornalino, ma sì chiamiamoli fumetti, e andarselo a sfogliare al parco sotto un bel sole d’aprile. Voce fuori campo fuori, resta il campo pieno di margherite. Per le prugne è ancora presto.

A voi allora darci adesso il nome di altri film che con le loro voci ci lascino senza parole.

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