Sono i film che devono uscire prima che il caldo e i lunghi week end svuotino le sale. C’è l’aria condizionata ma gli spettatori (soprattutto quelli giovani) tra il cinema e una pizza con birra scelgono il pub, il bar, la movida, tutto ma non la sala, perché non si socializza, al buio si deve star zitti, solo ai festival ci si incontra dopo le proiezioni e puoi trovare l’uomo dei tuoi sogni o la donna che visse due volte. Così ogni settimana i titoli si rincorrono e vengono smontati al minimo segno di incasso in flessione. Che poi la percentuale non e’ nemmeno il 30% rispetto ai mesi invernali, quelli caldi al botteghino. E, disperazione ancor più insopprimibile, c’è anche Cannes. I distributori svuotano i loro listini perché con i lanci dei nuovi film sulla Croisette, quelli che hanno custoditi per mesi sembrano essere invecchiati di colpo, sono i residuati bellici di altri festival che ormai diresti appartenere al secolo scorso. E dopo Cannes, mentre l’afa incomincia a crescere, non se ne parla più di lanciare film ormai usciti dalla memoria degli spettatori che semmai aspettano settembre e Venezia per altre novità, altre attese.

E allora questo è il momento in cui bisogna essere veloci come pantere nella giungla se si vogliono addentare buone prede, teneri bocconcini che mai più saranno riproposti. C’è di tutto. Il buono, il brutto, il cattivo di tanto cinema italiano e internazionale. Ma il buono sembra ancora più buono perché sai che sarai solo tu (e pochi altri in sala) a essere il testimone di un interessante comparsa nel panorama cinematografico e potrai citare e vantare la tua scoperta con orgoglio. Per tutti gli altri casi, gli orridi, gli inutili, i noiosi, i film inconsistenti per regia o soggetto o impegno produttivo, sai che la mannaia estiva è pronta a fare il suo utile e sporco lavoro. ZAC! Due giorni e via, saranno smontati, fatti fuori come un pistolero incapace di estrarre la sua Colt dalla fondina.

E allora ecco qui di seguito una veloce passerella di indicazioni e sconsigli. I buoni correte a vederli prima che sia troppo tardi. Per i brutti, i morti, una prece e state tranquilli che nessuno di loro si trasformerà in uno zombie con qualche speranza di dover essere rivalutato. Chi cade prima dell’estate viene sepolto subito in un DVD che si impolvererà anno dopo anno in videoteche destinate alla chiusura. E’ la fine che si merita la quantità a scapito della qualità.

Botte da orbi.

Se, dove possibile, accorpiamo due o più titoli, ne escono analogie che rivelano bizzarre identità di visione. Prendiamo Diaz di Daniele Vicari e Hunger di Steve McQueen. Due film tutto sommato noiosi nelle loro tanto insistite ripetizioni di scene al manganello. Il primo anzi ha difficoltà a riempire i suoi 120 minuti con il racconto dei fatti accaduti al G8 di Genova, tanto che deve più volte sotto diverse angolature ripetere l’assalto dei poliziotti all’interno della scuola dove erano acquartierati numerosi ragazzi dei centri sociali antagonisti. E giù colpi su colpi. Ora nessuno può negare la schifosa e brutale violenza esercitata da un corpo di polizia assatanato dalla voglia di intimidire i giovani presenti a Genova. Ma le bastonate in faccia e sulla testa così violente e ripetute, così tremende al di là di una pur necessaria drammatizzazione espressiva, così sonoramente rimbombanti e sanguinolente al di là della rappresentazione utile a farci intendere la bestialità e ferocia dell’attacco, se così fossero state tanto indegnamente compiute (la cifra del film vuole essere un documento realistico) i morti sarebbero stati di certo numerosi con un dato mai accertato da nessuna cronaca. Quindi l’effetto finale che ci lascia negli occhi è quello di uno splatter in salsa democratica, che eccita un guardonismo anti- gioventù, un po’ da film horror con i giovani ingenui che se la sono andata a cercare.

Anche in Hunger ci risiamo. Giù botte, pugni e calci contro Billy Sands e i militanti dell’ I.R.A. al tempo della loro rivolta nelle prigioni inglesi con uno sciopero della fame fino alla perdita della vita. Ma qui il regista Steve McQueen, passato al cinema dal successo delle sue esperienze nell’arte contemporanea, tende a una rappresentazione estetizzante, dove persino le feci dei prigionieri spalmate sui muri della cella diventano un quadro di pittura astratta. Sotto sotto, al di là della insostenibile verità di certe scene, senti un compiacimento visuale per la forza di certe immagini e la violenza sui corpi lacerati non solo da terribili colpi ma anche dalla scheletrica anoressia esaltata come in una performance di body art. Si fa cinema certo, ma a scapito di una vera empatia umana. Mi sembra brutto, ma forse tutte queste botte devono avermi accecato.

Guarda guarda.

Gianni Amelio. Sembrava disperso, ormai completamente assorbito dalla conduzione del Festival Giovani di Torino, in lotta contro l’odioso tentativo di Müller, Alemanno e Polverini di rubarne le date a favore del sempre più inutile Festival di Roma, la creatura partorita qualche anno fa da Veltroni che fin dalla nascita ha dovuto cercarsi una ragione di esistenza, a scapito di Venezia e della pazienza dei veri cinefili, storditi da tre festival di seguito nell’arco di tre mesi. Ma Il primo uomo di Gianni Amelio è proprio un buon film. Ripercorre un momento nella vita di Camus, nel suo ritorno ad Algeri forse per convincere la vecchia madre a rientrare in Francia con lui. Sono i tempi della lotta di liberazione algerina con gli attentati nei bar ( quelli già ricordati nel suo eccezionale film da Gillo Pontecorvo). Il discorso di Amelio attraverso Camus è profondamente etico.

Ci sono immagini straordinarie, una ricostruzione perfetta e, strano ma vero, mai un filo di noia. Colpire al cuore e Il ladro di bambini ci avevano fatto amare Amelio per la sua asciutta capacità di rappresentare la grande storia o la vita degli umili e dei cercatori di giustizia, senza retorica. Proprio quello che anche qui ritroviamo dopo tanti anni trascorsi da Così ridevano, l’ultimo film italiano vincitore del Festival di Venezia che ci era sembrato semmai farraginoso e un po’ stereotipo. Ma Il primo uomo è invece il film italiano più bello della stagione. Strano che tanti critici togati non abbiano suonato la gran cassa, ma forse Amelio non è più di moda. O c’è altro? Qualche ruggine o lo scontro con Müller? Mah, comunque bentornato. Cercate di recuperarlo in qualche rassegna estiva.

Pin on PinterestShare on FacebookTweet about this on TwitterShare on TumblrShare on LinkedInEmail this to someoneShare on Google+