Umberto Pavoncello, 54, sposato, un moglie, 3 figli, una cagnoletta, un ristorante, copywriter, curioso del genere umano e delle sue manifestazioni. Oltre alla passione per la scrittura coltiva quella per i testi sacri dell’ebraismo e la loro interpretazione. www.nonnabetta.it
Ogni mercoledì Umberto scriverà di cultura ebraica, di cibo e non solo. Benvenuto su Gorgelous, allora.
Kosher – kasher in ebraico – letteralmente significa “idoneo”, “adatto”, “consentito”. In questa categoria troviamo tutto quello che rientra nelle regole stabilite dalla religione ebraica riguardo alle cose da mangiare e da bere. In alcuni casi si applica anche a certi tessuti, che non sono kasher se contengono una mescolanza di fibre di origine vegetale e animale, e in quanto tali, è proibito indossarli (si dice schaanetz di un tessuto fatto per esempio di lana e lino). Anche alcuni oggetti che appartengono alla ritualità – il tallet (lo scialle con le frange che indossano gli uomini) o i tefillin (filatteri che si legano al braccio e sulla fronte, al mattino, durante la preghiera) possono avere dei difetti o essersi rovinati e non essere quindi più kasher/idonei, cioè adoperabili.
Per estensione kasher si dice di una persona su cui poter contare, una persona amica e affidabile che non riserva sorprese.
Non sapevo invece che il termine è entrato in uso anche nel mondo informatico. E’ ormai diventata una consuetudine linguistica diffusa internazionalmente definire kosher un programma, un software o un plug-in che ha superato tutti i test senza entrare in conflitto col resto. Kosher, in questo caso, certifica quindi la compatibilità con un determinato sistema.