Hai vent’anni? Devi morire. 

Il tema è identico. I giovani devono superare crudeli prove di iniziazione che li costringono a eliminarsi l’un l’altro. Oppure, a loro insaputa, diventeranno povere pedine vittime di terrificanti sacrifici umani. Hunger Games di Gary Ross e Quella casa nel bosco di Drew Goddard hanno molto in comune. Il primo piu’ sontuoso e scenografico. Il secondo con un catalogo di mostri da intossicazione visiva. Dietro a ogni storia c’è il solito Grande Fratello in versione sociologico-orwelliana nei giochi con caccia all’uomo o tecno-sacerdotale a suggellare inferi tipo Lovecraft.

Comunque dopo il primo tempo la faccenda si fa ripetitiva e scontata, si parteggia per un’eliminazione sempre più veloce di quei ragazzi abbastanza odiosi o tanto stupidamente rimbambiti da non accorgersi di essere carne da consumare fresca. Purtroppo molto simili a quelli seduti in sala che sgranocchiano pop corn e consumano cinema pre masticato.

Fine pena mai.

Hanno vinto tutto il vincibile. Festival di Berlino, Nastro d’Argento per il miglior film, Nastro d’Argento per la regia. Con Cesare deve morire i fratelli Taviani sono tornati a far vedere quanto sono grandi. Non grandi vecchi, visto che ormai hanno passato gli ottanta. Grandissimi autori. Il film è formalmente ineccepibile, anche molto “moderno” (per usare un aggettivo anzianotto al posto del modaiolo cool o trendy che dir si voglia) con un uso del bianco/nero e di diversi piani narrativi sulla rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare allestita in carcere da una compagnia di detenuti al loro debutto. Quanto entusiasmo, quanta buona volontà, quanta identificazione. Quanta manipolazione, anche. Certo a fin di bene. Ma con tanta abilità registica si insinua un sospetto di accorto paternalismo. La forza bruta dei carcerati messa al servizio di maestri del cinema che li guidano alla redenzione, al reinserimento nella società. Se nel loro Allosanfan i fratelli Taviani nobilitavano la sconfitta del rivoluzionario Mastroianni-Pisacane abbandonato dalla massa dei “cafoni” in un orgoglioso solipsismo, qui siamo alla plebe presa per mano verso una crescita culturale che li rende liberi e accettati dal pubblico dei familiari osannanti e da quello borghese degli spettatori paganti ( nel finale del film al termine della recita e nella sala dove si proietta). Dice un detenuto alla fine del film:-Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata un prigione”- Frase messa in bocca che ci fa rimpiangere la straordinaria verità che saprebbero raccontarci umilmente questi poveracci, questi colpevoli inconsapevoli di ritualità sociali e teatrali, ladri e assassini derubati del loro ribellismo trasgressivo, senza doverli per forza nobilitare e accettare solo se urlano con veemenza i versi del Bardo. Siamo lontanissimi dai ladroni lumpen e sottoproletari di Pasolini della Ricotta, dalla verità esistenziale e verbale degli accattoni. Troppo lontani loro e troppo costruiti razionalmente questi. Così che tutto assume un po’ il sapore di una messa in scena da realismo socialista dove il regista (anzi i registi) sono il partito che guida le masse (gli attori, i detenuti) verso la vittoria rivoluzionaria (i trionfi nei festival e nei riconoscimenti del cinema italiano mai forse tanto inginocchiato quasi fosse emotivamente e culturalmente ricattato da un’ ispirata volontà salvifica verso i reietti). Malizie critiche? Con autori così consapevoli e intelligenti si fa dare a Cesare quel che è di Cesare.

Ignobile fregatura.

Margin Calldi J.C. Chandor è un ottimo film, asciutto, teso come la corda di un arco, con un’unità di tempo e di luogo che lo renderebbero perfetto anche per una rappresentazione teatrale. E la fregatura, la terribile truffa raccontata, è quella di cui ancora paghiamo le conseguenze. Quella che si rifa’ al fallimento della Lehman & Brothers e alla faccenda dei derivati, lo tsunami finanziario del 2008. Con un cast eccezionale (Kevin Spacey, Jeremy Irons, Stanley Tucci, Demi Moore), dialoghi perfetti e serratissimi la denuncia del malaffare bancario non ha il ditino alzato ma spinge a una riflessione etica ancora più incisiva perché esplora con verita’ i limiti umani dei personaggi rappresentati. Fanno paura ma ci serve per conoscere in che mani siamo quando dall’alto ci danno lezioni di economia.

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