di Umberto Pavoncello

La terra promessa è definita nella torà “una terra stillante latte e miele” ma il miele di cui si parla è un miele che anticamente – e probabilmente ancora oggi – si faceva con i datteri, frutto dell’omonima palma. A un popolo che girovaga per il deserto per 40 anni la promessa – in forma indiretta secondo il ragionamento se c’è miele ci sono i datteri se ci sono i datteri ci sono le palme – di una terra ricca di palme doveva sembrare particolarmente “allattante”. il miele d’api invece è un alimento che per molti anni nelle discussioni rabbiniche è stato controverso. si discuteva infatti se il miele fosse kasher oppure no e in una discussione talmudica si arriva alla conclusione che il miele d’api è kasher. Ma come?

La regola generale della kasherut dice che è kasher quello che proviene da animali kasher e l’ape – ammesso che qualcuno lo faccia – non è certamente permessa, mica te la puoi mangiare! come si risolve la questione?

Il talmud che è una raccolta di discussioni avvenute tra sapienti (chakchamim) e maestri (rabbanim), nell’arco di circa otto secoli – dal III secolo a.v. al V secolo d.c. – affrontando l’argomento conclude che non è l’ape stessa a produrre il miele ma che questo è il frutto dell’elaborazione del nettare che avviene in una sacchetta (borsetta melaria) costituita da una dilatazione dell’esofago.

Fa un certo effetto pensare che già duemila anni fa qualcuno si sia interessato così caparbiamente alla vita delle api, tanto da capire che nella borsetta le laboriose api ci tengono tutte le loro cose ma, soprattutto, è qui che il nettare subisce una prima trasformazione chimico-fisica che lo farà diventare miele.

Forse duemila anni fa i rabbini si sono detti “ma bisogna proprio rinunciarci, al miele?”

www.nonnabetta.it

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