di Umberto Pavoncello

Quando il Signore si rivolge ad Abramo dicendo “prendi tuo figlio, il tuo unico figlio, quello che ami, Itzchak, vai sul monte Morià e offrilo a me come sacrificio da bruciare interamente…” siamo colti da spavento e iniziamo a trepidare per la sorte che attende questo figlio arrivato solo in vecchiaia, quando Sara, ormai rassegnata alla sterilità, non se lo aspettava più.

Quando le viene annunciato che avrà un figlio, Sara si mette a ridere: il nome ebraico Itzchak ha la sua radice nel verbo ridere. Che c’è da ridere?

Dio vuole una prova della fedeltà di Abramo e gli chiede di sacrificarlo. Abramo non ha tentennamenti, si alza presto, prende l’asino, il fuoco e il coltello e si avvia col figlio e due servi. Strada facendo Isacco chiede al padre dove sia l’animale da sacrificare, visto che hanno preso solo il fuoco, la legna, e il coltello per il rito ma del sacrificio vero e proprio nessuna traccia. “Dov’è?”, domanda il ragazzo. “Il signore ce lo farà capitare davanti” risponde Abramo cercando di tenere all’oscuro il ragazzo che, però, qualcosa intuisce.

E questa consapevolezza latente di andare a morire, questa accettazione ci commuove ogni volta, anche se sappiamo come va a finire la storia, ma una regola fondamentale è di mettersi ogni volta davanti al testo come se fosse la prima volta per viverlo in diretta, con tutte le emozioni e le riflessioni che suscita, per coglierne ogni volta significati nuovi.

Quando Abramo, dopo aver legato Isacco, alza il coltello per sgozzarlo un angelo del signore lo chiama “Abramo Abramo” e gli dice di non alzare la mano sul ragazzo perché ha capito. Con questo episodio l’ebraismo mette fine a una pratica pagana allora molto in voga: il sacrificio umano, il sacrificio dei primogeniti che anzi, nella concezione ebraica, acquistano un’importanza fondamentale nella trasmissione dei valori e delle tradizioni famigliari.

La ripetizione del nome di Abramo da parte dell’angelo che lo chiama è stata interpretata come la descrizione di due diversi Abramo: c’è un Abramo prima della legatura che è convinto che a Dio bisogna essere disposti a sacrificare qualsiasi cosa, anche un figlio; e un Abramo dopo la legatura di Isacco.

Il dio in sostanza dice ad Abramo secondo e ai suoi discendenti che non ha bisogno del sangue dei primogeniti, gli basta sapere che l’uomo ha timore e rispetto di lui, non servono dimostrazioni di fede eclatanti, spirito di abnegazione oltre ogni limite, fanatismo religioso. La fiducia nel Signore Dio è un fatto che riguarda l’interiorità, il rapporto con se stessi e con ciò che chiamiamo spiritualità. anche se, nello stesso tempo, la religione ebraica è una ortoprassi e non un ortodossia: non ci viene chiesto di credere ma di comportarci in un certo modo e seguire i precetti.

A questo punto ad Abramo si aprono gli occhi e vede un montone con le corna impigliate nei rami di un albero: ecco l’animale da sacrificare.

La sostituzione è avvenuta, il suono del corno di montone, lo shofar, nel giorno in cui Dio prende in esame i nostri comportamenti, è sempre lì a ricordarci che quel giorno avremmo dovuto esserci noi sul monte Morià, al posto di quel montone.

A pensarci bene però, sapere di essere scampati a un pericolo, sapere che è grazie a un dio che non chiede il sangue dei propri figli che siamo vivi, un sorriso te lo strappa.

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