di Umberto Pavoncello

Il buio e la luce, e la lotta fra questi due elementi, sono temi ricorrenti in molte religioni, così come una festa legata alle luci nel periodo più buio dell’anno. Chanukkà, la festa delle luci è, insieme a Purim, una festa decisa per decreto rabbinico e non scritta nella Torà. È la tristemente solita storia del tentativo di distruggere il popolo ebraico ma, a differenza di Purim che ricorda uno scampato pericolo ad un tentativo di sterminio ad opera dei Persiani, Chanukkà rimanda al tentativo fallito dei Greci di distruggere culturalmente gli Ebrei. Vediamo la storia.

Nel 180 a.C. Antioco IV Epifane, della dinastia seleucide, tenta di ellenizzare il Regno di Israele. Con la profanazione del Tempio di Gerusalemme per le cerimonie pagane, la proibizione di alcune pratiche religiose tra cui la circoncisione, il divieto di studiare, la forzata trasgressione dei precetti, avevano messo a dura prova l’identità degli Ebrei già soggetti alle seduzioni e al fascino della cultura greca (atleti ebrei per partecipare alle Olimpiadi, a loro proibite, si facevano operazioni di chirurgia plastica ante litteram per nascondere di essere circoncisi). Nel 167 a.C., quando il Santuario di Gerusalemme, il luogo sacro in cui risplendeva la Shekinà (la presenza divina), il centro insostituibile della vita spirituale e politica di Israele, viene dedicato a Zeus e consacrato con un altare, scoppia la rivolta.

A capeggiare la rivolta c’è una famiglia di sacerdoti-guerrieri, figli di Mattatià, appartenenti alla famiglia sacerdotale dei Coanim (il cognome Coen significa “sacerdote”), ma i fratelli Maccabei non sono ben visti nella tradizione ebraica, e nel Talmud sono menzionati appena perché la sovrapposizione di religione e politica, i due poteri – temporale e spirituale – nelle mani della stessa figura non sono cosa buona nè un esempio da ripetere.

I Maccabei riconquistano Gerusalemme – miracolo che vede la vittoria dei pochi sui molti – e si trovano nella necessità di riconsacrare il Tempio. La Menorà era il candelabro a sette braccia che doveva rimanere perennemente acceso e l’olio d’oliva per l’accensione doveva essere puro. Olio puro che non c’era perché tutto era stato sconsacrato. Il Talmud racconta che per miracolo, nascosta in un angolo, fu ritrovata un’ampollina con il sigillo del Gran Sacerdote e che invece di durare un solo giorno, questo poco olio durò otto giorni (non a caso il tempo necessario per approvvigionarsi). Da qui la durata di otto giorni della festa, con l’accensione del tipico candelabro a nove braccia vicino a una finestra, ben visibile per celebrare il ricordo e “pubblicizzare” il miracolo.

Qual è una definizione possibile di luce e buio? Una dittatura, un sistema totalizzante che vuole imporre un pensiero unico, piallare le differenze, controllare i comportamenti, negare le libertà e le individualità, possiamo chiamarlo “buio”.

La radice della parola chanukkà è “chinuk” che sta per “educazione”, “inaugurazione”, “insegnamento”. I giovani, i ragazzi, i bambini sono persone da “inaugurare” con insegnamenti sempre nuovi e un’educazione che tengano conto della loro unicità e li aiuti nel loro processo di individuazione, affinché siano liberi e fiduciosi in se stessi. Questa possiamo chiamarla “luce”.

Perché l’olio? Perché l’olio non si mischia con l’acqua, è sempre se stesso, mantiene sempre la sua individualità, e dopo un po’ si stacca e ritorna in superficie. Se costruita sulla base della propria inclinazione e sensibilità, la nostra identità è più forte e la nostra individualità riesce sempre a venire a galla.

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