di Antonio E. Sorrentino

cucine

E’ tardi. Saremmo dovuti già essere in strada. E’ da un po’ che lo sto cercando, maledetto vigliacco, e chissà dove si è nascosto. Per quanto sia spiacevole la cosa, non possiamo tirarci indietro. Dobbiamo farlo. E dobbiamo farlo ora. Vado al piano di sopra, è il posto migliore se non vuoi farti trovare.

Finalmente lo trovo, nel magazzino, finge di cercare qualcosa. Come mi vede arrivare spalanca gli occhi per un istante, rimettendosi a smanacciare ancora più indaffarato di prima.

Mi avvicino “Sei pronto? Dobbiamo andare.”
Nemmeno mi guarda, E’ agitato, ha la pelle lucida. “Ora proprio non posso, sto…”Piantala di cazzeggiare!!” lo rimprovero “Inutile che fai il vago. Lo sapevi che questo momento sarebbe arrivato! E ora che fai? Scappi!” “Non posso farlo ancora!” mi sta praticamente urlando in faccia “Non posso umiliarmi così!” la sua espressione e il suo volto sono rabbiosi, ma i suoi occhi tradiscono una profonda disperazione. E paura.

“Fino a che punto dobbiamo spingerci? E per cosa?” è tutto rosso. Le vene stanno per scoppiare.

“Eh?! Me lo sai dire a che cazzo serve tutto questo?! C’è pure vento!”.
Cazzo è vero! Il vento… sarà un problema. Rimaniamo in silenzio, fissando il pavimento. Ad ascoltare i nostri pensieri.

Aspetto che si calmi, poi mi avvicino. Gli appoggio una mano su una spalla. “Senti” cerco di usare un tono pacato “io non so perchè ce lo fanno fare, non so se è perchè gli serve davvero, o perchè si divertono a vederci soffrire.”  lo guardo negli occhi “Quello che so è che se non lo facciamo sarà peggio”

Aspetto un attimo, gli do il tempo di riflettere. Faccio due passi verso l’uscita. Mi giro “Per cosa dobbiamo farlo? Per la nostra sopravvivenza!”

“Ora che ti sei dato una calmata, mi dici a che serve tutto questo?” Siamo in mutande.
Con le giacche da cuoco. Bianchi come fazzoletti in una spiaggia piena di gente abbronzata, bambini che giocano, ragazzi che chiacchierano. Tutti quanti ci guardano. E non per il nostro fascino.

“Dobbiamo prendere l’acqua del mare e poi la filtriamo. Serve per conservare il pesce. Lo chef dice che sennò perde il profumo di mare” “ed è vero?” “Ma che ne so!”.

Cominciamo. Quanto ci vuole a riempire tre taniche da 50 litri con la boccuccia di un diametro di 5 cm, con il mare mosso? Circa 40 minuti. Entrando e uscendo di corsa dall’acqua, saltellando, imprecando, evitando le onde. Dopo un po’ di viaggi la tanica è ancora a metà, ma è già faccio fatica a tenerla con due mani. Camminando come un pinguino torno verso il mare. Una piccola duna e la tanica è per terra, io su di lei, l’acqua sulla sabbia e qualche centinaio di persone che scoppiano a ridere. Brutti stronzi.

Mi rialzo e ricomincio. E ancora e ancora. Facciamo avanti e indietro. Inciampando prima in mare, poi sulla sabbia, trascinando le taniche pesantissime, mandando a fanculo i bagnanti, che sembrano apprezzare il nostro spettacolino .Siamo davanti alla porta di servizio del ristorante. Siamo sfatti, sudati, appiccicosi. Salati e insabbiati. E ci aspettano un’altra decina di ore di lavoro.

E’ lo chef in persona ad accoglierci. “Ma quanto cazzo ci avete messo?!” caloroso e comprensivo “Filtratela subito e rimettetevi al lavoro. Forza muovete il culo!”. E ci lascia lì, a rifiatare. Fissando il vuoto.

Ci guardiamo. Il mio amico sembra avere gli occhi lucidi. Ci abbracciamo. Mi stringe così forte che quasi mi toglie il fiato. Lo sento sussurrare “Grazie…”. Lo stringo anch’io “Shhh…. E’ finita” il mio sguardo si perde nel mare, nostro nemico fino a pochi minuti fa. “E’ tutto finito!”

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