Digiuno.

Digiuno.

 

di Umberto Pavoncello.

Il nove del mese ebraico di Av è il giorno in cui gli ebrei ricordano la distruzione del Santuario di Gerusalemme. Il Beth ah Mikdash che rappresenta il luogo in cui risiede la Shekinà, la presenza divina, fu distrutto due volte, dai Babilonesi prima e dai Romani nel 70 d.c. Secondo la tradizione, la distruzione avvenne lo stesso giorno, appunto a Tishà be Av. È un giorno di lutto caratterizzato da un digiuno completo da tramonto a tramonto; afflizione del corpo funzionale, come nel digiuno dello Yom Kippur, alla comunicazione con la nostra parte più riflessiva, interiore, emotiva.

Su che cosa ci induce a riflettere questo digiuno? I maestri del Talmud sostengono che il secondo Beth ah Mikdash fu distrutto a causa del “sinat tchinam” comunemente tradotto con “odio gratuito o immotivato” nei confronti del prossimo. Va detto però che l’odio immotivato è molto raro, si odia per motivi razziali o religiosi, per gelosia, per paura o perché ci si sente minacciati ma anche quando le ragioni sono completamente false e infondate nessuno pensa che questo odio sia senza motivo, senza ragione, che sia solo per il gusto di odiare.

Il Rabbino Marc D. Angel* dice che “sinat chinam” deve essere interpretato in modo diverso. La parola “tchinam” deriva da “tchen”: grazia, bellezza, piacevolezza. Il Santuario fu distrutto perché le persone odiavano di vedere “tchen” nel prossimo. La disumanizzazione del rivale, del nemico, dell’antagonista avviene quando ci rendiamo incapaci di vedere gli aspetti piacevoli e meritevoli dell’Altro.

Quando due persone si guardano negli occhi e vedono un essere umano, un proprio simile, diventa difficile odiare. Perché ci rendiamo conto che, al di là delle nazionalità e delle ideologie, siamo tutti, semplicemente, esseri umani: amiamo, abbiamo paura, ci prendiamo cura dei nostri famigliari, siamo gentili e comprensivi. Quando riusciamo a vedere “chen” nel nostro prossimo le nostre emozioni si allontanano dall’odio per andare verso la “simpatia”.

Troppo spesso le persone non cercano e non vedono “tchen” nelle persone che non fanno parte della loro cerchia ristretta di affetti. Tendono a disumanizzare, creano stereotipi, categorie di persone, e odiano di vedere “tchen” in chi è diverso da loro, non vedono essere umani che hanno un cuore, un’anima, sentimenti. È facile odiare uno stereotipo, è difficile odiare un essere umano, un nostro simile che, basta guardare attentamente, ha “tchen”.

Se oggi Tishà Be Av, il 9 di Av, ha un senso è quello di ricordarci i nostri fallimenti passati, una sfida a superarli, a sconfiggere il “sinat tchinam”, la coazione all’odio per il “tchen” dei nostri fratelli umani. È un tempo per piangere ma anche un tempo per andare oltre il pianto.

*Rabbi Marc D. Angel è il Direttore dell’Institute for Jewish Ideas and Ideals (jewishideas.org), Rabbino Emerito della Congregation Shearith Israel in New York City, autore ed editore.

O carne o latte.

O carne o latte.

Di Umberto Pavoncello

Una delle regole alimentari ebraiche più singolare e fondamentale è quella che vieta la mescolanza della carne con i latticini. Il divieto origina da una verso della torà che recita “non cucinerai il capretto nel latte di sua madre”, verso ripetuto tre volte in tre diversi punti del testo. da questa ripetizione la tradizione rabbinica, che non contempla l’idea che il testo possa ripetersi gratuitamente, ricava tre diversi insegnamenti: il divieto vero e proprio di mangiare carne e latte insieme, il divieto di usare gli stessi recipienti e utensili per questi due alimenti e, terzo, la proibizione per un ebreo di trarre vantaggio da questa mescolanza. Le interpretazioni sul motivo di questo divieto fioccano. Innanzitutto è considerata una crudeltà la cosa in sé il cuocere il cucciolo nello steso latte di cui si è cibato fino al momento dell’uccisione. C’è poi una spiegazione che rimanda a un antico rituale idolatrico che prevedeva la bollitura di un capretto in una vasca di latte bollente, rito che serviva a propiziare rapporti incestuosi. Oggi la scienza ci dice che la molecola del latte circonda quella della carne e la rende indigeribile ma ci si domanda come potevano saperlo 3000 anni fa. Dal punto di vista simbolico la carne è la morte – mi spiace ricordare che mangiamo animali morti – mentre il latte – il nutrimento degli infanti – è la vita.

Nel prossimo post vi racconto l’interpretazione della kabbalà su questo tema.

www.nonnabetta.it

Concia

Concia

Nella cucina giudaico romanesca la concia occupa una posizione di rilievo. E’ una ricetta molto appetitosa che ha molti veneratori ma quelli che la scoprono non possono fare a meno di notare che la concia somiglia in modo imbarazzante alla ricetta napoletana delle zucchine alla scapece, anzi, diciamolo: sono la stessa identica cosa. Si tagliano le zucchine sottili – rigorosamente romanesche – longitudinalmente e si lasciano ad asciugare su un canovaccio. Poi si friggono in olio abbondante e si scolano. Si mettono poi in una terrina immerse in olio extravergine, aceto e prezzemolo o menta. Visto che a Roma la concia la fanno soltanto gli ebrei del ghetto di Roma, mi sono chiesto le ragioni di questa coincidenza. Nel 1492, è cosa nota, la santa inquisizione decreta l’espulsione degli ebrei dalla Spagna e, nel 1504, con la conquista spagnola, gli ebrei sono cacciati anche dal regno di Napoli. Possibile che le zucchine alla scapece siano una ricetta portata a Roma dagli ebrei cacciati dal regno di Napoli? Potete immaginare la mia compiaciuta sorpresa quando ho scoperto che “escabeche” in lingua spagnola corrisponde alla marginatura.

La versione poetica sul sito nonnabetta.it

Minestra

Minestra

Esaù e Giacobbe sono gemelli, figli di Isacco e Rebecca. I due già lottano nella pancia della mamma tanto che lei, rimasta incinta dopo anni e anni di sterilità, si lamenta con Dio “perché mi fai soffrire così?”. Dio le dice di avere pazienza perché nel suo grembo ci sono due gemelli e daranno vita a due grandi popoli di cui saranno i capi. Alla nascita Esaù esce fuori con Giacobbe che impugna il suo tallone (da cui il nome), praticamente un suo prolungamento, una cosa sola.

Esaù il primogenito è rosso e peloso, Giacobbe è liscio. Crescono e il primo diventa un abile cacciatore (abile a tendere trappole), un uomo dei campi mentre il secondo è un uomo delle tende, un “tendalingo”, cioè studia la torà. Isacco preferisce Esaù che lo rimpinza di cacciagione con cui prepara deliziosi manicaretti. Rebecca è per Giacobbe.

Un giorno Giacobbe è intento a preparare una minestra,Esaù torna stanco morto dalla caccia e chiede al fratello di dargli quella minestra e questi risponde “è tua ma in cambio voglio la primogenitura”. Esaù accetta la transazione dicendo:  “che me ne faccio della primogenitura io che ogni giorno mi trovo faccia a faccia con la morte?” un’affermazione che tradisce un sentimento, un atteggiamento nei confronti della vita che non si addice a un futuro capo del popolo.

Giacobbe, che vent’anni dopo cambierà il suo nome in Israele, acquista così la primogenitura. Era una minestra di lenticchie. Ecco il perché del modo di dire “ti sei venduto per un piatto di lenticchie”.

La foto delle lenticchie è di Renato Cerisola

Ghetto.

Ghetto.

Ghetto.

I primi ebrei a fare l’esperienza del ghetto furono gli ebrei veneziani nel 1516. Il primo ghetto nella storia dell’umanità fu quindi a Venezia e solo nel 1555 fu la volta di Roma. Con la bolla papale “cum nimis absurdum” il papa Paolo IV stabilisce che gli ebrei, colpevoli di deicidio, non possono vivere, sposarsi, lavorare o mangiare insieme ai cristiani.

Dall’obbligo di portare un segno distintivo quando uscivano (la stella gialla recuperata dai nazisti, per esempio) alla proibizione di esercitare altri mestieri al di fuori del rigattiere e del prestatore a usura, per gli ebrei romani inizia una prigionia fisica e culturale che durerà più di 300 anni.

Ma nei circa 1600 anni precedenti di permanenza nella città e di convivenza più o meno pacifica, gli ebrei romani accumulano un sapere, una parlata, usi e i costumi di tutti i romani e, nel Ghetto, li conservano. E’ per questo che sono i depositari delle vere tradizioni romanesche, mantenute intatte all’interno delle mura di prigionia mentre intorno, in trecento anni, Roma subiva trasformazioni di ogni tipo.

La cucina giudaico-romanesca è il simbolo di questa opera di conservazione. A quanto pare, per esempio, l’uso del cosiddetto “quinto quarto”, le interiora con pajata, animelle, schienali ecc., deriverebbe addirittura dalle pratiche divinatorie con cui i pagani cercavano di predire il futuro, osservando lo stato degli organi interni degli animali offerti in sacrificio.

Per il significato della parola “ghetto” bisogna però ritornare a Venezia, al luogo in cui sorgeva che era vicino alla fonderia che in dialetto veneziano era “el géto”, cioè il luogo dove si gettavano i metalli per la fusione. Ma gli ebrei veneziani, di provenienza nord-est europea, non riuscivano a pronunciare quella “g” liquida e più teutonicamente e gutturalmente la trasformarono in “gh”.

Mercoledì Kosher.

Mercoledì Kosher.

 

Umberto Pavoncello, 54, sposato, un moglie, 3 figli, una cagnoletta, un ristorante, copywriter, curioso del genere umano e delle sue manifestazioni. Oltre alla passione per la scrittura coltiva quella per i testi sacri dell’ebraismo e la loro interpretazione. www.nonnabetta.it

Ogni mercoledì Umberto scriverà di cultura ebraica, di cibo e non solo. Benvenuto su Gorgelous, allora.

Kosher – kasher in ebraico – letteralmente significa “idoneo”, “adatto”, “consentito”. In questa categoria troviamo tutto quello che rientra nelle regole stabilite dalla religione ebraica riguardo alle cose da mangiare e da bere. In alcuni casi si applica anche a certi tessuti, che non sono kasher se contengono una mescolanza di fibre di origine vegetale e animale, e in quanto tali, è proibito indossarli (si dice schaanetz di un tessuto fatto per esempio di lana e lino). Anche alcuni oggetti che appartengono alla ritualità – il tallet (lo scialle con le frange che indossano gli uomini) o i tefillin (filatteri che si legano al braccio e sulla fronte, al mattino, durante la preghiera) possono avere dei difetti o essersi rovinati e non essere quindi più kasher/idonei, cioè adoperabili.

Per estensione kasher si dice di una persona su cui poter contare, una persona amica e affidabile che non riserva sorprese.

Non sapevo invece che il termine è entrato in uso anche nel mondo informatico. E’ ormai diventata una consuetudine linguistica diffusa internazionalmente definire kosher un programma, un software o un plug-in che ha superato tutti i test senza entrare in conflitto col resto. Kosher, in questo caso, certifica quindi la compatibilità con un determinato sistema.