Tagliare i pomodori…Tagliare la pancetta a cubetti…Tagliare i gambi dei funghi…. Tagliare la frutta a dadini piccolissimi..

Non c’è verso, il taglio è catartico: la materia cambia stato e si trasforma in qualcosa di diverso, più gustoso, in un mix di sapori e accostamenti con altri ingredienti.

Se ci penso, anche la vita inizia col taglio del cordone ombelicale, la maturità con quello del legame edipico con la madre.

Ma prima del taglio c’è tutta una vita, quel pomodoro è nato da un seme, è maturato al sole, come i funghi all’ombra dell’albero, come un bambino all’interno della pancia della mamma. C’è tutta una vita preziosa prima di ogni taglio.

Io ho sempre avuto paura dei coltelli, ma paura paura. Pur essendone attratta e affascinata (trovo bellissimi i coltelli di ceramica, quelli giapponesi per il sushi), pur trovando molto sensuale il gesto della materia che si divide, certe volte prendo i coltelli e li nascondo nell’armadio; é come se averli in mano mi desse un potere troppo grande da sopportare.

Eppure nella mia vita ho sempre dato tagli netti alle cose, senza dopo guardarmi indietro. Certo con una fatica e una sofferenza terribili, prima.

Perchè io vorrei dare un taglio, senza ferire nessuno. Ma le ferite restano, eccome. Forse è per questo che poi cerco sempre di lenire ogni taglio per tutta la vita, mantenedo vivi i legami, curando con dedizione tutto quel che resta, trasformando amori in amicizie, passioni in affetti; è un po’ come se tagliando quel pomodoro, promettessi di trasformarlo nel cibo più buono del mondo, lasciandolo libero di avere una nuova vita felice anche senza di me.

Ma ogni taglio svela anche un sapore nuovo. Non conosceremmo l’aspro succo di limone, nè la dolcezza del latte di cocco.. Anche nella vita un taglio può aprire mondi nuovi. C’è un libro meraviglioso che lessi tanto tempo fa di David Grossman che si chiama: “Che tu sia per me il coltello”.

La trama: Una sera Yair, nel cortile di una scuola, vede una donna in carne e rimane colpito da come lei, per un brivido di freddo, si stringe le spalle nello scialle. Comincia a scriverle delle lettere e la donna, Miriam, risponde.

Le lettere di Yair sono forti, ossessive, ma taglienti come coltello. E via via che prendono corpo, quest’uomo si rende conto che sì, aveva ragione, quella sera nel cortile di quella scuola aveva trovato il suo luz. Per gli antichi saggi il luz era un ossicino posto all’estremità della spina dorsale e non si decomponeva mai. Né con la morte, né nel fuoco. Per anni, Yair cerca il suo luz. Non lo trova nel suo corpo. E la sera che vede Miriam, capisce che il suo luz non è il lui, ma bensì in un’altra persona.

Romanzo epistolare, bellissimo, impudico, davanti al quale ci si deve inchinare, perché avvertiamo e comprendiamo, insieme ai protagonisti, il valore della parola scritta. La seduzione, l’amore, la sensualità e la nudità che possono scaturire da una lettera o anche da una semplice frase, quando a scriverla è stato qualcuno che ha messo da parte la paura, il pudore e ha deciso che delle sue parole poteva farne coltello per toccare, tagliare e penetrare un altro essere.

Stasera lo cercherò nella mia libreria e lo riprenderò in mano.

Photo by Gorgelous