Bechamel n°5

Bechamel n°5

Ci deve essere una relazione tra gli inventori di salse e i creatori di scialli, di sciarpe e di foulard, forse parentela, se non addirittura identità. Sia le une che gli altri sono stati cuciti e cucinati per riparare, coprire, ma allo stesso per insaporire qualcosa che altrimenti risulterebbe incompleto, vuoi un tailleur, vuoi una tagliata. Tra la haute couture e la haute cuisine la differenza è commestibile.

La salsa è un condimento avvolgente, un orpello che valorizza un ambito spoglio, un indumento che copre e scopre un sapore segreto. La salsa risponde alle necessità estetiche della misera pietanza, così come un foulard cerca di dare dignità a una maglietta che fa pietà. Le salse attraggono, sono calamite per dita e per pezzi di pane mossi da mani golose. Se volete sedurre qualcuno, in salsa sarà più facile: con i colori romantici della salsa rosa, con le carezze vellutate della bernaise o addirittura erotiche, come solo sanno fare le salse autoreggenti. La salsa anima il cibo: non a caso è anche un ballo. Ma attenzione.

Diffidate della facile confidenza che le salse concedono, prima vi fanno leccare le dita e poi ci si ritrova a leccarsi le ferite. Le salse ammaliano ma non tutte provengono dalla High Sauciety, alcune si rivelano un’indigesta contraffazione.

La bechamel – che in italiano fa besciamella, mostrandosi ancor più Lolita – è l’esempio perfetto perché sembra un tipo facile: latte, burro, farina, noce moscata, sale. Ma non lo è. Oggi si è perso il gusto della semplicità, sono tempi sofisticati, e pochi riescono a dosare ad arte questi ingredienti.

L’errore di concedersi alla prima bechamel che passa si paga il giorno dopo, quando al risveglio si prende subito coscienza del danno avvenuto, mentre si è ancora tra le lenzuola – Dio mio, che ho fatto? – Ci si gira nel letto e ci si accorge che la falsa besciamella è ancora lì, e pesa sullo stomaco. Non è più quella affascinante ammaliatrice a cui abbiamo ceduto per fragilità, ma una cosa fredda e rappresa davanti alla quale si volta la testa. È bene fare attenzione a tavola, sia al cibo che alla compagnia.

Se volete dormire serenamente, fate come Marilyn, mettetevi qualche goccia di bechamel addosso, ma badate che sia originale, genuina e ben fatta. Farete sogni profumati e vi alzerete con sano appetito.

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Gli arrosti domiciliari

Gli arrosti domiciliari

Sono tanti gli italiani cresciuti tra le cure di mamme extrapremurose, la cui costante preoccupazione si sintetizza nella ferale e serale domanda – Hai mangiato?

Sono perciò numerosi gli italiani che l’occhio della mamma vede sempre denutriti, mentre scassano le bilance coi quintali di troppo: dall’amore della mamma alla mole dei figli.

Dopo le badilate di pappa versate sul seggiolone, le mamme continuano a stipare le valige dei figli studenti fuorisede o a riempire le dispense di esseri ormai adulti con scorte che possono durare oltre la morte, neanche fossero le mamme del faraone.

La corruzione praticata con overdosi di cibo raggiunge un’irreversibile dipendenza quando è il figlio stesso a vantarsi in pubblico delle meraviglie della cucina materna. Nel momento in cui afferma tronfio – Come fa il sugo mia madre… – significa che ormai è spacciato. Ognuno ha la sua droga: chi è nel tunnel dei ravioli, chi in quello della parmigiana, chi diventa ragùdipendente. La mamma italiana sostituisce il cordone ombelicale con le tagliatelle, con una treccia di latticini o con una fila di salsicce, legando invisibilmente i figli al tavolo della sua cucina. Molti tra i figli si arrendono senza opporre resistenza, né provano a scappare, anche perché a stomaco pieno si rischia l’infarto. Gli italiani soffrono la sindrome di Sto Colmo, sono innamorati della propria carceriera e restano volentieri incatenati.

Eppure, a lungo andare, questa consegna passiva agli arrosti domiciliari non porta nulla di buono, anzi porta la glicemia o il colesterolo e i trigliceridi a valori insostenibili. Invece che diventare adulti maturi, si rivelano putti andati a male.

Che le mamme lascino andare i figli a diventare adulti, e che i figli vadano per la loro strada con coraggio. Il mammismo è la forma domiciliare di 41 bis, ovviamente biscotto.

Frame dello spot Mondiali Rai

Cliente: Rai, Copy: Luca Miniero, Art: Patrizia Boglione

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Prezzemolo, pessimo amante.

Prezzemolo, pessimo amante.

Gli amanti per natura si aggiungono, sono quel condimento che si rivela necessario alle coppie dalla relazione insipida. Non tutti i condimenti però sono buoni, come non tutti gli amanti sono bravi. Il prezzemolo non sarebbe mai stato un buon amante, è un bene che abbia scelto di fare l’erba aromatica, benché mostri limiti evidenti anche in questo ruolo.
Gli amanti col temperamento del prezzemolo sono i peggiori, non hanno tempismo, si appiccicano e diventano causa di gaffe indigeribili – proprio come il prezzemolo tra i denti – facendo scuocere ogni voglia. Sono presenze infantili che desiderano il centro dell’attenzione, peraltro senza merito, né motivo, anzi, andando contro ogni logica: se una persona si fa l’amante è per ricevere attenzioni, non per darne, altrimenti si tiene il marito o la moglie che ha già. A lungo andare il prezzemolo trita la pazienza.

Meglio darci un taglio netto e definitivo, alla radice.

L’amante perfetto non lascia traccia di sé, a parte il ricordo profumato e quel sorriso estatico, disteso come un’amaca che unisce il piacere ricevuto all’attesa della prossima visita. Il Don Giovanni ideale – e la Donna Giovanna – sono spezie rare e raffinate che esaltano la ricetta ma di cui non si nota la presenza, come la Cannella Regina, il Pepe della Guinea o la Vaniglia di Thaiti. Il loro tocco delizia ma nello stesso tempo resta inavvertito, scivolando come un’ombra che si percepisce appena e poi si confonde nel tutto. Amanti e spezie sono la migliore interpretazione dell’idea di droga, inebriano, esaltando il sogno dell’eroe mascherato, il protagonista che non si fa riconoscere, perché non è importante l’identità dell’attore ma l’atto, non l’autore ma l’opera.

Che magnifica cosa è l’anonimato, il non essere amletico, anche in quei luoghi epicurei che sono i letti e i piatti. In cucina come nella vita, la virtù è nell’assenza.

 

 

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Le sacre fritture

Le sacre fritture

Il rapporto con il fritto è conflittuale per cottura. Lo stomaco lo ama, il fegato lo odia, il resto del corpo lo guarda con sospetto: sull’olio si scivola.

I fritti si respingono con la forza della temperanza e si adorano con la debolezza della gola. Il peccato fritto è ritenuto uno dei peggiori dagli integralisti del salutismo, scatena le repressioni dei fanatici del tuttoacrudo, ma non deve essere demonizzato. La conoscenza del bene passa di necessità attraverso l’assaggio del male. Nella padella con l’olio che sfrigola c’è un clima infernale e una predominanza satanica, ma resiste comunque qualcosa di divino, altrimenti cosa starebbe a significare l’unto del Signore? Il fritto è l’ingresso dell’ade ma a modo suo anche un antipasto del paradiso, è una delle prove evidenti della natura antinomica della verità.

Tra il frutto del peccato – interpretato dalla mela a cui la storia ha dato meriti e colpe oltre le sue possibilità – e il fritto del peccato è di certo più grave il secondo: c’è molto di luciferino, è bollente, puzza, non di zolfo, ma puzza. Eppure.

L’esperienza del fritto è necessaria, sia per il fegato che ogni tanto deve essere spinto al massimo come un motore, sia per la coscienza che deve tuffarsi nell’esperienza della padella senza precipitare nei gironi della brace.

L’ideale sarebbe definire una disciplina che regola l’assunzione dei fritti con un vero e proprio catechismo: Le Sacre Fritture.

Nelle Sacre Fritture è previsto obbligatoriamente l’uso di acqua santa e di olio benedetto, si consiglia di praticare saltuariamente e santuariamente esercizi per lo spirito, ovviamente orali: suplliz, fioretti di zucchina, fettine penate, animelle fritte, santinbocca. Tutti sappiamo come i fritti siano capaci di mandare in estasi il palato: la virtù promossa dalle Sacre Fritture suggerisce di mantenersi nei limiti dell’assaggezza, senza mai raggiungere le profondità viziose della gola, cadendo nel baratro dell’indigeribile.

Nessun cibo è mai cattivo in sé, è l’abuso che fa apparire la friggitrice colpevole al posto di colui che preme il grilletto. Friggere è umano, perseverare è diabolico.

Photo by Henry Hargreaves

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Moana Pizza

Moana Pizza

La pizza è bona, senza U.

Buona è una parola moralmente composta, pudica e priva di saliva. Bona invece sveglia gli istinti, allarga le narici.

Buona è bianca, Bona è rossa. Buono sa dunque di pane, Bono invece sa di pizza.

La pizza e il sesso sono simili perché sono naturali: il piacere ha bisogno di ingredienti semplici, nudi e crudi.

La pizza, come il sesso, è un piacere dal successo planetario e gli assomiglia perché non è solo bello mangiarla, è bello anche farla. L’impasto prevede un toccamento reiterato che dà lo stesso gusto dei preliminari. Le mani prendono, palpano, affondano, stringono, sbattono, finché la pasta esausta dice basta. Pare riposarsi ma in verità lievita, cresce.

Come il sesso la pizza scatena la fantasia: la puoi fare ovunque, in tutte le forme, ci si potrebbe scrivere il Pizzasutra. Si può condire in tanti modi, ognuno secondo il gusto o la perversione, anche se la classicità è sempre garanzia di soddisfazione. Il pomodoro ha il colore della passione, è il sangue dell’amante. La mozzarella ha la purezza del latte, è la morbidezza della mamma. La pizza margherita è la femmina perfetta: dà il calore della madre e il brivido dell’amante. Poi, quando si apre il forno, la faccenda si fa hot.

La pizza è il miglior palliativo del sogno erotico, l’anello che unisce il gusto alimentare al piacere fisico, un godimento senza peccato.

La pizza è la più grande attrice forno mai vista, la celebrità italiana che ha fatto nascere migliaia di fornoshop in ogni angolo del mondo.

Forse non è vero che italians do it better, ma la pizza è la nostra leggenda, uno dei migliori contributi italiani all’umanità, un vero segno di pace: fate la pizza, non fate la guerra.

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Le zucchine tribolate

Le zucchine tribolate

Lui ti ha fatto incazzare.

Si sa che certi giorni le pareti della cucina potrebbero essere sostituite dalle corde del ring, sarebbe più appropriato, anche senza guanti da boxe, ci sono quelli di gomma per lavare i patti che vanno bene lo stesso. La cucina è il luogo domestico dove si litiga di più, forse perché ci sono oggetti il cui lancio dà un particolare gusto, oltre ai canonici piatti. Sì, c’è più gusto in cucina.

In particolare, ci sono elettrodomestici che sembrano agire come calamite di litigi, una su tutti: la lavastoviglie, di cui ciascuno, in ogni casa, si dichiara depositario della conoscenza assoluta del caricamento. La lavastoviglie lava i piatti ma inquina il rapporto, non sempre è un buon affare, senza dimenticare che lavare i piatti a mano rilassa, rompe le palle, ma rilassa.

Anche il fuoco dei fornelli fa ardere la rabbia: basta un po’ di sale in più, uno spicchio d’aglio di troppo, una semplice distrazione e la pentola della pazienza esplode.

In questo caso, quando la temperatura dei nervi frigge, la ricetta per la calma consiste nel preparare le zucchine tribolate, cioè le zucchine che tribolano al posto vostro.

La zucchina come molti ortaggi è fallica. Ebbene, prendetene almeno due chili e tagliatele con un coltello affilato nel modo che vi dà più soddisfazione, per lungo o per largo. Tagliatene tante ed eviratele per bene. Fatele soffrire a dovere e solo dopo cominciate a farle soffriggere Cucinatele in tanti modi, con l’aglio o con la cipolla, con poco o molto sale, con o senza prezzemolo, e vediamo se anche stavolta qualcuno avrà da ridire.

Se l’operazione con le zucchine tribolate non dovesse ridurre il vostro grado di arrabbiatura, ricominciate coi cetrioli.

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