Scuola di cinema. E pure di vita.

Scuola di cinema. E pure di vita.

Al recente Festival di Pesaro dove Nanni Moretti era celebrato con un’esauriente retrospettiva comprendente anche i suoi corti (meriterebbero una distribuzione con un intero film-raccolta, tanto originale quanto divertente) durante la sua conferenza stampa gli è stato chiesto cosa pensasse delle scuole di cinema. Nanni che non solo è sincero nei suoi giudizi e sa spingere la verità senza mai arrivare all’invettiva gratuita (certi sarcasmi appartengono più al suo personaggio di Michele Apicella che a una abituale quotidianità) ha preferito non rispondere alla domanda, glissando sulle sue personali considerazioni forse negative e rivelate da uno stuporoso e momentaneo silenzio. Così, dopo una piccola pausa, ha affermato di non pesare nulla a riguardo non avendole mai frequentate e tra i critici cinematografici, presenti alla conferenza stampa, non a caso è scattata automaticamente l’associazione con il suo primo film “Io sono un autarchico”. Anch’io non posso esprimere un giudizio sulle scuole di cinema italiane (per il CSC, il Centro Sperimentale e per quelle straniere è un altro discorso) per mancanza di conoscenza diretta. Il loro proliferare potrebbe sembrare più un’occasione di reddito aggiuntivo per gente di cinema chiamata a suggerire consigli che un vero e proprio corso di preparazione al set per aspiranti cineasti. Eppure una vera e originale scuola di cinema c’è. Con un corso che dura poche settimane. E’ una sessione senza esami presente da qualche anno e ogni estate si presenta sempre più affollata e qualificata. E’ la rassegna “Bimbi Belli”, esordi nel cinema italiano, allestita e presentata proprio da Nanni Moretti nel suo cinema, il Nuovo Sacher di Roma. Ogni  film, scelto tra i debutti nel corso dell’anno appena trascorso, è proiettato nell’arena-anfiteatro retrostante alla sala al coperto, senza interruzioni tra primo e secondo tempo. Al termine dibattito. E qui scatta tutta l’intelligenza critica di Moretti. Non siamo più al tempo dei cineforum o di un assemblearismo scomposto in cui tutti dicono tutto e il suo contrario, agitando il loro ego per mettersi in mostra. In un attento e partecipe silenzio imposto dall’autorevolezza che Nanni ha saputo conquistarsi nel tempo, gli spettatori sempre numerosi e al limite dei posti a sedere, possono di volta in volta ascoltare gli autori  dei film in un’analisi approfondita delle loro opere.

Non si sfugge alle domande di Nanni.

Sa entrare in tutti i dettagli. Scelte di regia, finanziamenti, collaboratori, direzione degli attori che spesso intravedi seduti nell’arena e a loro volta chiamati sul palco a precisare, commentare, rispondere a ulteriori domande di Moretti che tutti sembra conoscere vuoi perché già partecipanti a precedenti rassegne di ” Bimbi Belli” vuoi perché occasionalmente incontrati agli affollati casting dei suoi film. Le risposte dei registi sono tanto più interessanti perché, non dimentichiamolo, i loro film sono delle opere prime con tutti gli slanci e le ingenuità dei debutti. Lungaggini, troppa voglia di esibire cinefilia militante, scopiazzature di stili, salti di sceneggiatura. Ma anche personalissime inquadrature, disinvolti movimenti di camera, scelte musicali originali, locations insolite. E ogni anno, rassegna dopo rassegna ( “Bimbi Belli” è al suo ottavo appuntamento a partire dal 2002 con solo tre interruzioni dovute agli impegni sui suoi set di Moretti) i debutti si rivelano sempre più maturi e interessanti e sfatano il mito stupido e sorpassato di un cinema italiano senza ricambi generazionali e impossibile da frequentare perché lento, abborracciato e noioso. Naturalmente la platea è affollata di io desideranti, registini e registucoli in erba,all’uscita e’ tutto uno scambiarsi saluti e abbracci, indicazioni sulle prossime mete di vacanze, ma tra i tanti presenti si affollano quelli che saranno proprio anche i futuri bravi e affermati registi di domani che vogliono indagare e comprendere le ragioni di un successo già toccato ad altri, che potrebbero presto diventare colleghi e persino rivali. Ma Nanni sovrintende anche alle domande più insinuanti. E’ lui a farle per primo. Come hai trovato i soldi? C’è una distribuzione estera? Perché quella musica invadente? C’era bisogno di quel personaggio e che fine fa quell’altro? Come ti è venuta l’idea di questo film? Sta già pensando a un nuovo soggetto?

Mi si nota di più se parlo. O me ne sto zitto.

Come direbbe Dino Risi ancora una volta  se fosse vivo: -Nanni spostati, fammi vedere il film- per il suo egocentrismo a occupare tutta la scena. Ma qui è un fatto di reale generosità: dare a tanti autori non ancora consacrati una ribalta su cui presentarsi illuminati dalle attenzioni di chi conosce le difficoltà degli esordi. E ai tanti presenti una vetrina finalmente trasparente sul cinema italiano e su una possibile scelta di lavoro oltre che di vita. E per far questo Nanni non si risparmia. E’ così esaustivo e abile che al momento di dare la parola alla platea, spesso scende un silenzio da scolaresca impreparata, che si trova derubata delle domande più facili. Allora tra il pubblico sono più i complimenti rivolti ai giovani registi che le domande trabocchetto. Così alla fine si instaura una democrazia rispettosa delle capacità di chi espone il suo lavoro e fa rendere conto delle difficoltà di fare un film.

Comunque, un percorso duro per tutti. La scuola di cinema è quindi quella dove al prezzo del biglietto di ingresso al Nuovo Sacher gli allievi-spettatori traggono insegnamenti da chi ha già intrapreso un cammino difficile e adesso può raccontare il suo primo successo senza darsi delle arie (quando alzano la cresta Nanni e’ subito pronto a bacchettare con ironia i troppo spavaldi) e senza esaltare nei discepoli, futuri cineasti, un sogno senza basi reali. Così il cinema diventa una cosa seria. E chi lo vuol fare sa cosa lo aspetta. Ogni anno una giuria scelta tra gli spettatori più assidui vota il miglior film, la miglior attrice e il miglior attore tra quelli presentati. E anche il miglior dibattito. Molto giusto. La scuola di cinema di “Bimbi Belli” (frequentatela!) è davvero socratica nella sua essenza. Con un vero Maestro.

Grazie Nanni.

 

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Mammamia!

Mammamia!

Mammamia!

Eccolo il film più bello di questi mesi. Ecco la sorpresa, la perla nel trogolo, la luce in fondo al tunnel. Suonate le vostre campane, alzate la bandiera sul pennone, Sister di Ursula Meier (già autrice dell’ottimo Home) é la storia senza patetismi di due fratelli forse orfani e poverissimi. Vivono grazie ai furti nella stazione di alta montagna del fratellino dodicenne che rivendendo zaini, guanti, sci col ricavato compra cibo anche per la sorella maggiore, giovane donna altrettanto sbandata. Nello stile bressoniano rivisto dai fratelli Dardenne pediniamo il protagonista ed entriamo in una dinamica di osservazione che, senza essere manichea o melodrammatica, offre uno spaccato di una società classista con forti disuguaglianze sociali che condizionano la psicologia dei personaggi. Un modo ancor più commovente per farci capire i “bisogni” creati dalla povertà.

Siamo su cime bianche e perfette mentre nella pianura brulla delle case popolari le difficoltà non vanno mai in vacanza. L’alto delle montagne, il basso delle vite infime, efficace metafora delle distanze incolmabili all’interno di una società opulenta ignara di chi cerca di sopravvivere a qualunque costo. Dopo un colpo di scena che non va rivelato, il film si chiude con un possibile invito alla speranza. Ma è un momento così veloce, come il passaggio di una seggiovia che, se non fate attenzione, rischiate

di non vedere. Già quante cose non sappiamo vedere, mammamia ( capirete poi perché ). Ma cercate di non perdere assolutamente questo film.

Noia cosmica.

Questo invece risparmiatevelo tranquillamente. Cosmopolis di David Cronemberg è non solo noioso ma astruso, arrogante, fasullo, cosi’ verboso che ci si domanda come un autore visionario come il canadese non si sia accorto di cucinare una polpetta avvelenata che dopo dieci minuti appare ripetitiva, intasata di parole roboanti buone per suggestionare i gonzi, con un plot che potrebbe essere risolto in pochi minuti. Tratto dal libro di De Lillo che non ho letto ( e dopo questo film non leggerò) probabilmente Cronenberg ha visto nel personaggio che in limousine attraversa lo sfacelo di una New York percorsa da cortei di protesta, la personificazione del capitalismo che si autodistrugge. Ma siamo noi che usciamo distrutti e irritati da questo inutile tedio. Qualche critico piu’ sciocco di altri ha provato per proprio vanaglorioso e eccentrico protagonismo a tesserne le lodi. Ma è una finzione che fa il paio con lo stupido manierismo dei personaggi che di volta in volta entrano in scena sulla limousine. Figurine insieme laide e inconsistenti di un film da sprofondare nel gorgo delle uscite prima dell’estate.

Grazie al cielo.

Another earth di Mike Cahill è il classico film da festival. Non a caso ha vinto un premio al Sundance e come opera prima scritta, diretta, montata, fotografata e prodotta dal suo debuttante regista ha tutti i difetti del lavoro che vuole essere originale a tutti i costi. Per farsi osservare nel cielo infinito del cinema indipendente. Come in Melancholia di Lars Von Trier ( il film di Cahill è però antecedente) c’è un pianeta che compare vicino alla Terra ma in questa rappresentazione non è catastrofico bensì a noi speculare.

Ci vivono i nostri doppioni nelle nostre stesse città negli stessi continenti ma tutto viene detto, citato, drammatizzato e mai, proprio mai, visto. C’è poi una ragazza che dopo aver causato un terribile incidente e aver distrutto la tenera famigliola di un professore di musica elettronica, cerca di riappassionarlo alla vita entrando anonimamente a casa sua per fargli le pulizie (il professore vive nella sporcizia travolto dalla depressione) e non paga di essere la causa di tutti i suoi mali ci fa pure l’amore senza rivelargli nulla se non dopo la vincita di un concorso dove scrive la migliore motivazione per un viaggio gratuito sul pianeta gemello. E poi…c’è tanta altra carne al fuoco, tanto esibizionismo di sceneggiatura, di movimenti di macchina, di cambi di focale, di suoni e dialoghi anticipati sulle scene, che alla fine si perdona questa esuberanza che ha qua e là spunti di interesse ( buona recitazione, minimalismo produttivo funzionale alla storia, musica elaborata e non banale). Quando lo passeranno su SKY potete darci un occhio senza aspettarvi chissà che. Tanto per restare coi piedi per terra.

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Ignobile fregatura.

Ignobile fregatura.

Hai vent’anni? Devi morire. 

Il tema è identico. I giovani devono superare crudeli prove di iniziazione che li costringono a eliminarsi l’un l’altro. Oppure, a loro insaputa, diventeranno povere pedine vittime di terrificanti sacrifici umani. Hunger Games di Gary Ross e Quella casa nel bosco di Drew Goddard hanno molto in comune. Il primo piu’ sontuoso e scenografico. Il secondo con un catalogo di mostri da intossicazione visiva. Dietro a ogni storia c’è il solito Grande Fratello in versione sociologico-orwelliana nei giochi con caccia all’uomo o tecno-sacerdotale a suggellare inferi tipo Lovecraft.

Comunque dopo il primo tempo la faccenda si fa ripetitiva e scontata, si parteggia per un’eliminazione sempre più veloce di quei ragazzi abbastanza odiosi o tanto stupidamente rimbambiti da non accorgersi di essere carne da consumare fresca. Purtroppo molto simili a quelli seduti in sala che sgranocchiano pop corn e consumano cinema pre masticato.

Fine pena mai.

Hanno vinto tutto il vincibile. Festival di Berlino, Nastro d’Argento per il miglior film, Nastro d’Argento per la regia. Con Cesare deve morire i fratelli Taviani sono tornati a far vedere quanto sono grandi. Non grandi vecchi, visto che ormai hanno passato gli ottanta. Grandissimi autori. Il film è formalmente ineccepibile, anche molto “moderno” (per usare un aggettivo anzianotto al posto del modaiolo cool o trendy che dir si voglia) con un uso del bianco/nero e di diversi piani narrativi sulla rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare allestita in carcere da una compagnia di detenuti al loro debutto. Quanto entusiasmo, quanta buona volontà, quanta identificazione. Quanta manipolazione, anche. Certo a fin di bene. Ma con tanta abilità registica si insinua un sospetto di accorto paternalismo. La forza bruta dei carcerati messa al servizio di maestri del cinema che li guidano alla redenzione, al reinserimento nella società. Se nel loro Allosanfan i fratelli Taviani nobilitavano la sconfitta del rivoluzionario Mastroianni-Pisacane abbandonato dalla massa dei “cafoni” in un orgoglioso solipsismo, qui siamo alla plebe presa per mano verso una crescita culturale che li rende liberi e accettati dal pubblico dei familiari osannanti e da quello borghese degli spettatori paganti ( nel finale del film al termine della recita e nella sala dove si proietta). Dice un detenuto alla fine del film:-Da quando ho conosciuto l’arte, questa cella è diventata un prigione”- Frase messa in bocca che ci fa rimpiangere la straordinaria verità che saprebbero raccontarci umilmente questi poveracci, questi colpevoli inconsapevoli di ritualità sociali e teatrali, ladri e assassini derubati del loro ribellismo trasgressivo, senza doverli per forza nobilitare e accettare solo se urlano con veemenza i versi del Bardo. Siamo lontanissimi dai ladroni lumpen e sottoproletari di Pasolini della Ricotta, dalla verità esistenziale e verbale degli accattoni. Troppo lontani loro e troppo costruiti razionalmente questi. Così che tutto assume un po’ il sapore di una messa in scena da realismo socialista dove il regista (anzi i registi) sono il partito che guida le masse (gli attori, i detenuti) verso la vittoria rivoluzionaria (i trionfi nei festival e nei riconoscimenti del cinema italiano mai forse tanto inginocchiato quasi fosse emotivamente e culturalmente ricattato da un’ ispirata volontà salvifica verso i reietti). Malizie critiche? Con autori così consapevoli e intelligenti si fa dare a Cesare quel che è di Cesare.

Ignobile fregatura.

Margin Calldi J.C. Chandor è un ottimo film, asciutto, teso come la corda di un arco, con un’unità di tempo e di luogo che lo renderebbero perfetto anche per una rappresentazione teatrale. E la fregatura, la terribile truffa raccontata, è quella di cui ancora paghiamo le conseguenze. Quella che si rifa’ al fallimento della Lehman & Brothers e alla faccenda dei derivati, lo tsunami finanziario del 2008. Con un cast eccezionale (Kevin Spacey, Jeremy Irons, Stanley Tucci, Demi Moore), dialoghi perfetti e serratissimi la denuncia del malaffare bancario non ha il ditino alzato ma spinge a una riflessione etica ancora più incisiva perché esplora con verita’ i limiti umani dei personaggi rappresentati. Fanno paura ma ci serve per conoscere in che mani siamo quando dall’alto ci danno lezioni di economia.

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Fatti fuori.

Fatti fuori.

Sono i film che devono uscire prima che il caldo e i lunghi week end svuotino le sale. C’è l’aria condizionata ma gli spettatori (soprattutto quelli giovani) tra il cinema e una pizza con birra scelgono il pub, il bar, la movida, tutto ma non la sala, perché non si socializza, al buio si deve star zitti, solo ai festival ci si incontra dopo le proiezioni e puoi trovare l’uomo dei tuoi sogni o la donna che visse due volte. Così ogni settimana i titoli si rincorrono e vengono smontati al minimo segno di incasso in flessione. Che poi la percentuale non e’ nemmeno il 30% rispetto ai mesi invernali, quelli caldi al botteghino. E, disperazione ancor più insopprimibile, c’è anche Cannes. I distributori svuotano i loro listini perché con i lanci dei nuovi film sulla Croisette, quelli che hanno custoditi per mesi sembrano essere invecchiati di colpo, sono i residuati bellici di altri festival che ormai diresti appartenere al secolo scorso. E dopo Cannes, mentre l’afa incomincia a crescere, non se ne parla più di lanciare film ormai usciti dalla memoria degli spettatori che semmai aspettano settembre e Venezia per altre novità, altre attese.

E allora questo è il momento in cui bisogna essere veloci come pantere nella giungla se si vogliono addentare buone prede, teneri bocconcini che mai più saranno riproposti. C’è di tutto. Il buono, il brutto, il cattivo di tanto cinema italiano e internazionale. Ma il buono sembra ancora più buono perché sai che sarai solo tu (e pochi altri in sala) a essere il testimone di un interessante comparsa nel panorama cinematografico e potrai citare e vantare la tua scoperta con orgoglio. Per tutti gli altri casi, gli orridi, gli inutili, i noiosi, i film inconsistenti per regia o soggetto o impegno produttivo, sai che la mannaia estiva è pronta a fare il suo utile e sporco lavoro. ZAC! Due giorni e via, saranno smontati, fatti fuori come un pistolero incapace di estrarre la sua Colt dalla fondina.

E allora ecco qui di seguito una veloce passerella di indicazioni e sconsigli. I buoni correte a vederli prima che sia troppo tardi. Per i brutti, i morti, una prece e state tranquilli che nessuno di loro si trasformerà in uno zombie con qualche speranza di dover essere rivalutato. Chi cade prima dell’estate viene sepolto subito in un DVD che si impolvererà anno dopo anno in videoteche destinate alla chiusura. E’ la fine che si merita la quantità a scapito della qualità.

Botte da orbi.

Se, dove possibile, accorpiamo due o più titoli, ne escono analogie che rivelano bizzarre identità di visione. Prendiamo Diaz di Daniele Vicari e Hunger di Steve McQueen. Due film tutto sommato noiosi nelle loro tanto insistite ripetizioni di scene al manganello. Il primo anzi ha difficoltà a riempire i suoi 120 minuti con il racconto dei fatti accaduti al G8 di Genova, tanto che deve più volte sotto diverse angolature ripetere l’assalto dei poliziotti all’interno della scuola dove erano acquartierati numerosi ragazzi dei centri sociali antagonisti. E giù colpi su colpi. Ora nessuno può negare la schifosa e brutale violenza esercitata da un corpo di polizia assatanato dalla voglia di intimidire i giovani presenti a Genova. Ma le bastonate in faccia e sulla testa così violente e ripetute, così tremende al di là di una pur necessaria drammatizzazione espressiva, così sonoramente rimbombanti e sanguinolente al di là della rappresentazione utile a farci intendere la bestialità e ferocia dell’attacco, se così fossero state tanto indegnamente compiute (la cifra del film vuole essere un documento realistico) i morti sarebbero stati di certo numerosi con un dato mai accertato da nessuna cronaca. Quindi l’effetto finale che ci lascia negli occhi è quello di uno splatter in salsa democratica, che eccita un guardonismo anti- gioventù, un po’ da film horror con i giovani ingenui che se la sono andata a cercare.

Anche in Hunger ci risiamo. Giù botte, pugni e calci contro Billy Sands e i militanti dell’ I.R.A. al tempo della loro rivolta nelle prigioni inglesi con uno sciopero della fame fino alla perdita della vita. Ma qui il regista Steve McQueen, passato al cinema dal successo delle sue esperienze nell’arte contemporanea, tende a una rappresentazione estetizzante, dove persino le feci dei prigionieri spalmate sui muri della cella diventano un quadro di pittura astratta. Sotto sotto, al di là della insostenibile verità di certe scene, senti un compiacimento visuale per la forza di certe immagini e la violenza sui corpi lacerati non solo da terribili colpi ma anche dalla scheletrica anoressia esaltata come in una performance di body art. Si fa cinema certo, ma a scapito di una vera empatia umana. Mi sembra brutto, ma forse tutte queste botte devono avermi accecato.

Guarda guarda.

Gianni Amelio. Sembrava disperso, ormai completamente assorbito dalla conduzione del Festival Giovani di Torino, in lotta contro l’odioso tentativo di Müller, Alemanno e Polverini di rubarne le date a favore del sempre più inutile Festival di Roma, la creatura partorita qualche anno fa da Veltroni che fin dalla nascita ha dovuto cercarsi una ragione di esistenza, a scapito di Venezia e della pazienza dei veri cinefili, storditi da tre festival di seguito nell’arco di tre mesi. Ma Il primo uomo di Gianni Amelio è proprio un buon film. Ripercorre un momento nella vita di Camus, nel suo ritorno ad Algeri forse per convincere la vecchia madre a rientrare in Francia con lui. Sono i tempi della lotta di liberazione algerina con gli attentati nei bar ( quelli già ricordati nel suo eccezionale film da Gillo Pontecorvo). Il discorso di Amelio attraverso Camus è profondamente etico.

Ci sono immagini straordinarie, una ricostruzione perfetta e, strano ma vero, mai un filo di noia. Colpire al cuore e Il ladro di bambini ci avevano fatto amare Amelio per la sua asciutta capacità di rappresentare la grande storia o la vita degli umili e dei cercatori di giustizia, senza retorica. Proprio quello che anche qui ritroviamo dopo tanti anni trascorsi da Così ridevano, l’ultimo film italiano vincitore del Festival di Venezia che ci era sembrato semmai farraginoso e un po’ stereotipo. Ma Il primo uomo è invece il film italiano più bello della stagione. Strano che tanti critici togati non abbiano suonato la gran cassa, ma forse Amelio non è più di moda. O c’è altro? Qualche ruggine o lo scontro con Müller? Mah, comunque bentornato. Cercate di recuperarlo in qualche rassegna estiva.

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Venezia è sempre Venezia

Venezia è sempre Venezia

Ma non è banale andare a Venezia? Ma tutte quelle persone che camminano in gruppi compatti preceduti da una tipa con un ombrello in mano per non perdersi il giapponese di turno? Quei gondolieri che s’imbottigliano nei canali per intrattenere coppiette venute da chissà dove e portarle in una cartolina? Quelle vetrine di cianfrusaglie di Murano dove fanno capolino venditori cinesi che comprano pesciolini finti Murano alla fiera di Canton?

No non è banale. Perchè entri alla Scuola di San Rocco e con uno specchio in mano scopri che Tintoretto riusciva a raccontare la potenza delle storie sacre trattandole come se fossero uscite dallo studio delle Pixar, con delle inquadrature spettacolari da Cinema 4d. E poi il mercato della frutta sta lì su una barca e ti viene voglia di comprare tutto. E quando scopri una piazza che non conoscevi, pensi che tutto sommato c’è qualcosa di Venezia che ancora non conosci. Che sopra il letto di Peggy Guggenheim c’è un acquario di Calder che vorresti avessero fatto per te. E quando sei a Venezia con quelli a cui vuoi bene non è banale. Affatto.

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But it is not trivial to go to Venice? But all those people who walk in compact groups preceded by a girl with an umbrella in hand in order not to miss the Japanese round? Those gondoliers botlled in canals to take around those couples who dream to be in a postcard? Those window with fake Murano’s glasses in which chinese vendors disguise themselves to pretend to sell authentic Murano’s fishes?

No, it’s not . Because when you enter in the Scuola di San Rocco with a mirror in your hand you discover that Tintoretto was able to tell stories in such a way that it is like a Pixar animation movie or a Cinema 4d spectacular creation. And that fruit market in a boat where you’d buy everything? And when you discover an unknown place, or that on Peggy Guggenheim bed there is an acquarium made for her by Calder, and you’d like to have one made on purpose for you? And when you’re in Venice with the friends you love it’s not trivial. At all.

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Da vedere (a occhi chiusi).

Da vedere (a occhi chiusi).

Escono alla spicciolata. Anche a sei per volta nei fine settimana. Cercano spettatori ma non riescono a oltrepassare la soglia di un interesse suscitato da un qualche rilievo,

un titolo incuriosente, un cast particolare, una regia almeno notoria se latita la firma autoriale.

Ma non c’è niente da fare. La magnifica assenza di qualsiasi motivo per cui valga la pena di acquistare un biglietto ci suggerisce una benevolenza silente nel lamentarci di visioni tanto inconsistenti. Anche Magnifica Presenza, il film di Ferzan Ozpetek che abbiamo parafrasato al negativo per indicare questo speriamo momentaneo oscuramento di proposte interessanti, conferma  una noia purtroppo generale.E’ una vacuità che ci avvolge in pitonesche, lentissime e altrettanto robustissime spirali di tedio. In sala erano più le teste calve e le bionde cotonature di signore in età che le chiome luccicanti di gel e le orecchie incapsulate nei piercing, quasi a significare una lontananza ormai acquisita da un pubblico che si voleva intelligentemente trasgressivo. Siamo lontani dalla scattante sceneggiatura di Mine Vaganti, il film precedente del regista turco-italiano. Persino alcuni sottotesti gay che hanno sempre fatto di Ozpetek

un po’ l’ ” Almodovar de’ noartri”, si rivelano delle concessioni giusto per non rinnegarsi completamente. Resta la prova del protagonista Elio Germano che con sguardo stupefatto cerca di mostrare una qualche sorpresa, purtroppo telefonata, per il cast di presenze spiritiche ma amiche che gli stanno intorno nella casa affittata a prezzo irreale. Ectoplasmi anche nelle particine da caratteristi loro assegnate, macchiette inconsistenti cui si prestano praticamente tutti gli attori feticcio del regista (manca Accorsi che ormai si concede raramente al cinema italiano dei suoi esordi sostituito da un bistrato Beppe Fiorello). Una catacombale Anna Proclemer chiude il film con la solita comparsata, ma si dovrebbe dire cammeo, di attori ripescati dallo Stige di un’antica notorietà.

In un panorama così lattiginoso, dalla palude da cui riaffiora persino il Titanic in 3D,dalle bolse e pruriginose schermaglie di Luciana Littizzetto e Rocco Papaleo sulle porno misure del figlio in E’ nata una stella tratto dal librino del sopravvalutato Nick Hornby, da una Biancaneve stile Bollywood del (un tempo) bravo regista pubblicitario Tarsem,

dal successo con 2 milioni di spettatori in Francia per Quasi Amici con la coppia povero extracomunitario e ricco in carrozzella anche qui con prevedibili schermaglie come già

Tom Cruise e Dustin Hoffman in Rain Man e decine di altre pellicole con il duo sano-malato…uffa..uffa…e ancora uffa… da queste sabbie mobili di soggetti risaputi, le nebbie si squarciano solo andando a vedere l’unico film piombato un po’ a caso nei nostri circuiti: Cosa piove dal cielo? Un cuento chino (un racconto cinese) titolo originale del film argentino del regista Sebastian Borensztein,  anche lui  di estrazione pubblicitaria (non è un demerito, anzi).

Dopo il film Whisky di Juan Pablo Rebella e Pablo Stoll che dovete assolutamente recuperare in DVD (se esiste) perché siamo in presenza di un quasi capolavoro di sarcastica tragedia esistenziale di due fratelli proprietari di una fabbrica di pedalini, anche in questa opera apparentemente più statica c’è da ammirarne la sapiente costruzione drammatica ambientata nella periferia di Buenos Aires. Protagonisti il padrone di un negozio di ferramenta e un giovane profugo cinese raccattato per caso lungo una strada e incapace di farsi capire.

Non sveliamo cosa c’entra in tutto questo una mucca caduta dal cielo (ecco il perchè del titolo), il numero di viti sbagliato inscatolato in ogni confezione e una donna appassionata. Diciamo solo che contano certe immagini, certi tempi tra un dialogo impossibile e una parola di troppo, tra una risposta e un’altra domanda e certi sguardi che dicono un dolore perplesso in cerca di spiegazioni. Come le cerchiamo tutti. Magari andando a vedere un film come questo che sa parlarci anche di integrazione senza la solita noiosa retorica che strazia tanto cinema italiano come in Terraferma di Emanuele Crialese. Non a caso questo film ha vinto al Festival di Roma il Premio della Giuria come miglior film e contemporaneamente il Premio Miglior Film anche dal pubblico.

Che la straordinarietà della vita e l’intelligenza ironica della sua messa in scena senza alterigia autoriale incomincino ad affermarsi? Sarebbe una grazia proprio caduta dal cielo.

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