Quanto ti odio.

Quanto ti odio.

Dopo aver visto tanti film, dopo aver ingurgitato interi festival con quattro proiezioni al giorno, dopo notti bulimiche davanti al plasma con tre titoli di fila, si può ancora provare l’emozione pura dello spettatore ingenuo che con gli occhi allo schermo si lascia andare a sentimenti primordiali? Paura, amore, odio?

Beh i film del terrore, gli splatter soprattutto, la paura dovrebbero averla tutta compresa nel prezzo del biglietto. Ma ormai siamo alla ripetizione delle ripetizioni.

Dai capostipiti La notte dei morti viventi, Zombie, Le colline hanno gli occhi, Hostel, Saw l’enigmista, The Eye, The Blair Witch Project, Paranormal Activity, con i titoli degli ultimi anni provare un sottile senso di paura è quasi un esercizio di autostima per convincersi di non essersi fatti turlupinare.

Amore? Non scherziamo. Oggi i film romantici e sentimentali non ci incantano e al posto degli occhialini in 3D all’entrata (quei fastidiosi e oscuri oggetti riservati quasi sempre ai blockbuster montatura) dovrebbero distribuirci delle cipolle affettate a forma di Ray Ban per farci piangere, per fare sgorgare anche a noi Le lacrime amare di Petra von Kant, tanto per ricordare il meraviglioso Fassbinder che tra citazioni di Douglas Sirk e personali disperazioni, sapeva commuoverci con l’intelligenza della ragione più che del cuore.

Odio? E quando mai. Non proviamo più odio al cinema, siamo evoluti. Mica siamo il pubblico (chissà dove scomparso) di Merola, delle sceneggiate napoletane, quando a “o’ malamente” si augurava in platea di ” mori’ ammazzato brutto fetentone”. L’ultima volta forse che abbiamo provato almeno una rabbia mista a sgomento è stato alla visione di Katyn di Wajda con le scene finali dei colpi alla nuca ai poveri ufficiali polacchi trucidati e fatti sparire a migliaia nelle famigerate fosse dai russi del NKVD invece che dai soliti stereotipati cattivoni delle SS astutamente incolpati dalla disinformazione sovietica. E sgomento, anzi una triste constatazione di impotenza retroattiva nell’impossibilità di condannare i colpevoli, di fronte all’eccidio dei nazisti a Marzabotto nel buon film ( anche se un po’ didascalico e retorico) L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, l’autore del più interessante e suggestivo Il vento fa il suo giro.

Un atto inconsulto. Uno sproposito.

Ma forse è proprio il vento- come dice Loredana Bertè- che agita anche me e mi ha portato a vedere un film davvero odioso, non perchè sciatto e antipatico, ma invece ferocemente urticante, viscido e inquietante per tutto quello che sa generare in chi lo segue placidamente sprofondato nella poltrona della sala.

Viene voglia di alzarsi e arrivare allo schermo con un bastone, un ombrello, una catena del motorino, con qualunque cosa avete in quel momento per le mani e lanciarla al telo illuminato verso il giovane attore protagonista del film. Per spaccargli la faccia. Toglierli quel sorrisino infido e indisponente. Anzi i musi perché la parte del protagonista è equamente divisa tra due attori, un bambino e un sedicenne. In aggiunta c’e’anche un neonato in carrozzina che piange sempre e sua mamma, per prendersi un po’ di riposo dagli strilli insostenibili del piccolo mostro insistente, si rifugia in strada vicino a un operaio che lavora sì rumorosamente ma ci fracassa più dolcemente i timpani col suo martello pneumatico.

Se proviamo tanta irritazione, un’ira così repressa, vuol dire che è anche un buon film? Certamente la bravissima regista Lynne Ramsay ha saputo organizzare il racconto con un’efficacissima scelta di montaggio che non rispetta la continuità della storia ma, attraverso continui salti temporali, costruisce una magmatica circonvenzione dell’ incapace, proprio lui: lo spettatore incapace di comprendere l’entità della tragedia in tutto il suo orrore fino alle ultime scene definitive.

Anche se tutto invece si potrebbe intuire fin dall’inizio con un’interessante costruzione delle inquadrature di fortissimo rigore compositivo e cromatico, quasi un’installazione continua di perfomance artistiche che sfiorano l’action painting. Un ulteriore merito va alla sempre sensibilissima e epressivamente trattenuta Tilda Swinton che, anche produttivamente, è l’anima che si mette a rischio con questo film realmente perturbante in tutto tranne che nel titolo. Si chiama A proposito di Kevin. L’attore sedicenne che lo impersona è Jasper Nevell, proprio un bel tipetto. Già parliamone. Anzi, facciamo prima. Al cinema portatevi un martello.

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Director’s Cut. Da oggi su Gorgelous.

Director’s Cut. Da oggi su Gorgelous.

Oscar Molinari è stato critico cinematografico, giornalista e organizzatore di circoli di cinema milanesi. È diventato copywriter in Ggk poi free-lance per Young & Rubicam, Ayer, Compton, Brb, Italia Bbdo. Si è trasferito a Roma dove, dal 1983 al 1986, è stato vicedirettore creativo per la J.Walter Thompson, dal 1987 al 1994 direttore creativo della McCann-Erickson e dal 1995 al 1998 direttore creativo di Ogilvy & Mather. Dal 1999 è direttore creativo di Tonic Roma che nel 2000 porta all’alleanza con il gruppo Dentsu come CCP Roma. Nel 2004 ha dato vita a una agenzia a suo nome per poi assumere nel 2008 la carica di Direttore Creativo per i progetti speciali in Lowe Pirella Fronzoni: Ha firmato la regia di due cortometraggi presentati al Festival del Cinema Italiano e ha creato nel 2010 la MOVIEBRAND, agenzia specializzata nel lancio di produzioni cinematografiche. Prossimamente: nomen omen.

Diciamolo subito. Questa non e’ e non vuole essere la solita rubrica con la presentazione dei film in uscita. Ci saranno,a volte, ma solo se il loro rivestimento di emozioni, se il taglio che il regista ha saputo dare alla scansione per immagini di narrazione e metafore, faranno il pelo e il contropelo alla banalità del coro mediatico, corollario abituale di tanto cinema. Preferiamo essere urticanti con le nostre idee e accarezzati solo da sguardi originali che rivestono di morbidi sogni il nostro desiderio di quell’altra possibile esistenza che ogni buon film disvela. Per questo ci piace indossare non un sussiegoso rivestimento di apparati critici ma quella differente pelliccia di visione che ci scalda il cuore e ci assicura una bellezza intramontabile. La bellezza senza tempo di un film, di ieri o di oggi non importa, per sempre eterno. Insieme a una curiosità incorruttibile, capace di farci entrare in sala ancora e ancora. Per prendere posto sotto lo schermo. Forse l’unico posto tra noi e l’infinito.

 Intanto parliamo di Oscar.

Manca poco alla loro designazione. Nessun obbligo per via di questa nostra omonimia che, nomen omen, sembra un destino scontato.

La statuetta e’, lo sappiamo tutti, una fortunata operazione di lancio o rilancio commerciale di titoli più’ o meno interessanti. A volte i giurati ci prendono, altre no. Di sfuggita punterei su “The Artist“, il solo che, senza troppo esagitarsi in encomi, merita una raccomandazione per l’abilità nella ricostruzione e il coraggio di riproporre un film muto e ultracitazionista, in bianco e nero. Retro’ si’ ma con tanta vivacità e attenzione per il dettaglio che non diventa mai stucchevole pretesto.

Tutt’altro discorso per “Hugo Cabret“, altro candidato, a mio parere mestamente soporifero e nella melassa d’insieme quasi di deriva  disneyana.  A parte una scenografia strepitosa del grande Ferretti che nulla può contro la noia, se non fosse per i fastidiosi occhialini che ci spupillano rabbuiando lo schermo e irritandoci, ci sarebbe da addormetarsi serenamente senza accorgersi minimamente di questa bambocciata, persino in 3D, del povero Scorsese che l’amore melenso e nostalgico per i primi passi del cinema nel ‘900 (o forse un budget e un cachet troppo consistenti) hanno definitivamente rivelato incapace di graffiare come un tempo.

Non basta la storia del cinema con Melies per fare di questo film una bella storia.

Inutile anche parlare della eccezionale immedesimazione di Meryl Streep in “The Iron Lady” che forse potrà essere battuta dalle meravigliose cameriere all black

di “The Help“. Brave, bravissime ma il film dell’anno e’ uno solo e non verra’ premiato la notte degli Oscar. Anche perché e’ già stato premiato più volte e chi lo vede non può che restarne incantato. Forse e’ il film definitivo di tutti questi anni. Sicuramente quelli passati.

Non c’e tempo da perdere. Devi vederlo.

Si chiama “The Clock” ed è l’opera, dire meravigliosa è dire poco, di Christian Marclay, un artista che pur si era già distinto in passato per altre sue perturbanti performance e installazioni. E’ vero che, come preannuncio di tanta attuale grandezza, c’era già stato sempre a sua firma un video di dieci minuti chiamato “The Phone” in visione al Beaubourg di Parigi dove erano montati decine e decine di spezzoni di  chiamate e risposte telefoniche tratte da film più o meno famosi. Ma qui siamo all’apoteosi, al parossismo, allo sbalordimento per come “The Clock” e’ fatto, per come sono riusciti Marclay e la sua squadra ad arrivare a questo risultato. Rintracciando l’impossibile e l’irraggiungibile.

E’ l’ora del vero sentire (come dice Peter Handke e come possiamo provare a sentire anche noi, quando un opera d’arte arriva a tutti ma proprio tutti)

Il film, perché questa è l’attribuzione che lo definisce al di là del capolavoro artistico, dura esattamente ventiquattro ore. Avete letto bene 24, lo scriviamo anche in cifre come memento in cui sta la sua infinita stupefacente bellezza e non solo la sua curiosità di durata. Ventiquattro ore spaccate. E per 24 ore sullo schermo si susseguono con precisione assoluta scene tratte da film in cui compaiono orologi con l’esatta indicazione del tempo. E il tempo e’ anche quello istantaneo in cui noi siamo immersi mentre scorre il film. Noi guardiamo gli altri e altro, attori e attrici, gangsters, cowboys, astronauti, pugili, impiegati e campanili, orologi sui binari di treni in partenza, timbra cartellini,orologi da polso nell’assalto a una banca, orologi a cucù dentro a pensioncine, segnali orari in ospedali, soldati prima della battaglia, pendole in movimento in saloni con grandi balli,  gioielli con lancette in regalo, l’ora del condannato a morte…per ventiquattro ore.

E intanto anche il nostro tempo scorre. Se nel film cui assistiamo sono le 17 e 10 sono le 17.10 anche sul nostro orologio, o sul nostro cellulare se ormai ne facciamo a meno. La vita scorre e si consuma mentre la guardiamo incantati nei film da cui e’ tratto ogni spezzone. E’ un delirio. O forse un incubo.

Ma la visione non e’ mai raggelante, piuttosto c’e una patetica condivisione della suprema grandezza del nostro esistere e della sua a volte ridicola consunzione.

E’ chiaro che un’opera così non poteva non suscitare non solo sorpresa ma anche quella gioia insperata che ogni tanto ci instillano i veri capolavori. Tanto e’ vero che, presentata alla recente Biennale di Venezia, si e’ aggiudicata il primo premio assoluto senza polemiche pur in mezzo a altre opere molto interessanti.

Ma qui siamo nel leggendario (mai più, credo, scriverò un simile peana) e se volete averne solo una pallida idea potete cercare “The Clock” su YouTube. Certo e’ quasi impossibile farsene un opinione completa. Per vederlo nella sua totalita’ sarebbe bello averlo a disposizione per più tempo. Magari in un cinema per qualche giorno -e qualche notte- sempre aperto, ininterrottamente. Chissà quale spezzone Marclay e’ andato a recuperare per offrirci una contemporaneità perfetta alle 4.45 di notte.

O e’ già mattina nel cut da lui scelto? Qualcuno che si sveglia agitato? Forse il James Stewart di “Vertigo” ? E se fosse tutto un sogno? Chi davvero merita l’Oscar? Brrrrrr che freddo, ci vorrebbe una pelliccia. Già, quella di visione.

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Gorgelous Moments. Make love in the wood.

Gorgelous Moments. Make love in the wood.

Sotto Gorgelous c’è scritto Food, love and design. Certo quel love lì sta per passione, ma qualche emozione, qualche sentimento da femmina romantica concedetemelo. Giuro che poi non lo faccio più, anche perchè appena pubblico una cosa così, Nerina mi chiama e mi dice” quelle cose non le pubblicare”. Quindi scusa Nerina, ma siccome una volta su una mappa mentale mi ci hanno scritto “fare l’amore nel bosco” io oggi non sono riuscita a pensare ad altro. E poi il cartello diceva: Monte Verità, quindi io papale papale scrivo che non mi dispiacerebbe affatto, magari in un’altra stagione.. Perchè? Perchè nel bosco c’è il muschio (quindi si sta comodi), c’è il profumo dei fiori (e quindi la cosa già è romantica di per sè), perchè quando stai steso guardi tutte le piccole cose e tutto ti sembra improvvisamente bello, c’è il silenzio che ti avvolge e quindi pensi che al mondo ci siete solo voi.  Perchè tutto il resto resta improvvisamente fuori. E poi pensavo a quanti sapori trovi lì dentro, densi come la terra, intensi come il muschio, forti come il succo dei lamponi. Ho recentemente visto Io sono l’amore, un film di Luca Guadagnino del 2009 con Tilda Swinton e c’è la più bella scena d’amore che abbia mai visto. Loro in mezzo all’erba, la macchina da presa macro sui fiori, sull’erba che si muove intorno a loro mentre fanno l’amore, macro sulla pelle, sui loro baci. Ecco oggi rivedevo quella scena lì con le foglie secche che improvvisamente si alzavano spinte dal vento. Gorgelous moment.

…………………………

Underneath Gorgelous is written Food, love and design. Of course that word means passion, but allow me some emotion, some female romantic sentiment. I swear that I will never do it again, because as soon as I publish things like these, Nerina calls me and say “do not publish those things “. So excuse Nerina, but because once on a mind map someone wrote “making love in the woods” this morning, while walking, I could not think of anything else. And then the sign said Monte Verità (ndr Truth), so I write that I would not disdain at all, perhaps in another season… Why? Because there is the moss in the woods (so you are comfortable), there is the scent of the flowers (and then it is romantic in itself), because when you’re lying on the floor, you look at all the little things, and suddenly everything seems nice, there is the silence that surrounds you and then you think the world there, is only for you. Because suddenly everything else is out. And then I thought about how many flavors are there, as dense as the earth, as intense as the moss, as strong as the juice of raspberries. I recently saw Io sono l’amore, a film by Luca Guadagnino of 2009 with Tilda Swinton where there is the best love scene I’ve ever seen. They’re in the grass, the camera on macro flowers, the grass that moves around them while making love, macro on the skin, their kisses. This morning I’ve seen all this in the wood again, that scenewith the leaves suddenly rising pushed by the wind. Gorgelous moment.

Photo by Gorgelous

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Gorgelous Event. Melanzane e cioccolato.

Gorgelous Event. Melanzane e cioccolato.

Metti una sera a cena.

4 film, 4 piatti a tema, 4 serate di confronto e convivialità

Sabato 28 maggio, alle ore 11:30,

alla Città del Gusto,Via Enrico Fermi, 161, Roma

Melanzane e cioccolato. Di Giuseppe Zito.

Ultimo appuntamento della Rassegna “Metti una sera a cena.” Finiamo in bellezza (e in bontà) alla Città del Gusto. Sabato 28 maggio, alle 11:30 vedremo il corto di Giuseppe Zito, ne discuteremo insieme al regista e a seguire ci sarà un brunch a tema a cura del Gambero Rosso. Il tutto costerà 40 euro a persona (sono previsti sconti per gruppi e famiglie) e il ricavato andrà a sostenere il progetto della Lega Missionaria Studenti delle Case famiglia a Sighet in Romania.

Il film è molto carino, è un po’ una storia che parla di cibo e attraverso il cibo interpreta la crisi di una coppia giovane. La cosa che mi ha più colpito è proprio questa frase che la protagonista dice parlando della ricetta delle melanzane al cioccolato: “ci sono ingredienti che danno e quelli che prendono, l’importante è saperli bilanciare.”

In fondo è la stessa cosa nella coppia: quando c’è uno, che prende soltanto e non dà niente, non funziona. Tutto è questione di equilibrio. Con la pasticceria poi non si scherza, tutto è miracolosamente dosato, quantità, densità, temperatura. Per raggiungere quel dolce ma non troppo, quel morbido ma non grasso, quella friabilità ma non fragilità, che fanno di un dolce una coccola per volersi bene.

Ricetta melanzane al cioccolato

8 melanzane grandi

farina

2 uova

olio per friggere

100gr canditi misti

una manciata di pinoli

crema pasticcera e crema al cioccolato

Preparazione : lavare e sbucciare le melanzane. Tagliarle a grosse fette spesse e all’interno di ogni fetta praticare un altro taglio aprendole solo a metà. Infarinarle e friggerle. Scolarle e asciugarle sulla carta assorbente.

Preparare la crema pasticcera e la crema al cioccolato. Farcire le melanzane fritte con la crema pasticcera e i canditi. Sistemare a strati e ricoprire alla fine con la crema al cioccolato. Decorare con i pinoli e altri canditi a pezzettini.

Oppure:

Ingredienti per 4 persone

1 kg di melanzane lunghe

150 g di cioccolato fondente nero (al 70% minimo di cacao)

50 g di scorza di arancia candita a cubetti

50 g di mandorle non pelate

1 cucchiaino di cannella sbriciolata

olio per friggere (di arachide o di oliva)

sale.

Preparazione

Sbucciare le melanzane e tagliarle per il lungo a fette spesse circa 1 cm. Friggerle in abbondante olio, scolarle e asciugarle bene tra due strati di carta assorbente, quindi salarle leggermente. Tagliare il cioccolato a scagliette, tritare grossolanamente le mandorle e tagliare a cubetti piccolissimi la scorza d’arancia. Allineare sul fondo di una pirofila rettangolare uno strato di fette di melanzana, quindi cospargerle con parte del cioccolato e degli altri ingredienti. Continuare ad alternare strati di melanzane e di condimento fino a terminare tutti gli ingredienti. Coprire la pirofila e lasciar riposare per almeno mezza giornata prima del consumo.

Photo by Gorgelous

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Gorgelous Event. Il Pranzo di Babette. Di Gabriel Axel.

Gorgelous Event. Il Pranzo di Babette. Di Gabriel Axel.

Metti una sera a cena.

4 film, 4 piatti a tema, 4 serate di confronto e convivialità

Venerdì 29 aprile, alle ore 19:00, all’Istituto Massimo, 

Il Pranzo di Babette. Di Gabriel Axel.

La Trama:

Alla fine dell’ottocento in un piccolo villaggio danese vivono due anziane sorelle, figlie di un pastore protestante, dopo la morte di quest’ultimo, hanno ereditato la guida della comunità religiosa locale respingendo le proposte di matrimonio e scegliendo di vivere una vita frugale e priva di lussi. Un giorno si presenta alla loro porta, stremata, Babette Hersant, parigina, sfuggita dall’accusa di essere una communard. Babette viene accolta dalle due anziane signorine grazie alla lettera di un vecchio corteggiatore di una delle due e si guadagna l’ospitalità facendo da governante e contribuendo all’attività di beneficenza.

Dopo quattordici anni da Parigi arriva una grossa vincita di denaro, 10 000 franchi. Tutti credono che Babette li userà per tornarein Francia ma ella chiede umilmente di poter dedicare un pranzo alla memoria per il centenario della nascita del pastore, padre di Martina e Filippa. Gli abitanti del villaggio, seguaci di una vita priva di piaceri terreni, saranno letteralmente sedotti ed inebriati dal pranzo che Babette, un tempo grande cuoca, ha voluto organizzare per poter nuovamente esprimere il suo talento di artista. Per procurarsi gli ingredienti, le bevande, i cristalli e le stoviglie, senza dirlo a nessuno Babette ha speso tutto il suo denaro. Solo il vecchio generale, antico innamorato di una delle due sorelle, riesce incredulo a capire il reale valore economico del pranzo.

Menù:

Brodo di tartaruga

Blinis Dermidoff

Ceilles in sarcofage

Insalata mista

Formaggi misti

Savarin

Frutta mista

Caffè con tartufi al rum

Pinolate, frollini, amaretti

Vini

Amontillado bianco ambra

Clos de Vougeot

Champagne Veuve Clicquot

Il film è la storia di una vocazione. O meglio il tema centrale è la riflessione su quello che si è e su quello che la vita ci propone di diventare. Il militare, la cuoca, la cantante, ognuno ha un talento naturale, a cui rinuncia, ma che lavora dentro e aspetta il momento di palesarsi. Bellissimo il dialogo sulla lingua e sulla sua funzione fra i partecipanti al pranzo prima che abbia inizio. Convinti di venir meno al loro codice etico-morale, continuano a dirsi che la lingua non serve per assaporare i piaceri della vita, che non la useranno durante il pranzo per esprimere apprezzamenti sul cibo. Ma scena dopo scena, alle parole si sostituiscono gli sguardi, i movimenti della bocca, il tempo di assaporare un gusto, e sembra quasi che la lingua prigioniera a cui non è permesso di parlare di cibo, voglia liberarsi. Il pane e il vino quindi come simbolo arcaico di una cena condivisa, che mette intorno al tavolo tutte le vocazioni di ognuno di noi.

Photo by Gorgelous

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