L’olio d’oliva e la terapia dell’abbandono.

L’olio d’oliva e la terapia dell’abbandono.

La sofferenza dell’abbandono non ha sempre la stessa intensità e provoca dolori differenti.

Ci sono distacchi che fanno male, ma di un dolore necessario e dopo pochi giorni si avverte una sensazione di sollievo, come se un peso fosse stato rimosso o interrotto un maledetto incantesimo. Altre volte il dolore è terribile, di una violenza definitiva, che lascia smarriti nel vuoto, come un bambino che perde la mamma.

Ci sono storie in cui l’abbandono è oltraggioso e investe varie zone sentimentali, tra cui l’orgoglio. In questo caso il dolore è bruciante e incendia la tristezza con una rabbia che non trova tregua. Come le nonne insegnano, l’olio d’oliva lenisce il danno delle scottature e delle ustioni.

Prendete un grande panno di lino e ungetelo con una tazzina di olio di oliva mescolata all’acqua di calce spenta; quindi massaggiate le braccia, le spalle e il petto, soprattutto dove sentite maggior beneficio. Fatelo almeno per una settimana, per trenta minuti al giorno, al calar del sole, immergendo nell’olio anche i pensieri. Se possibile fatelo all’aperto o in un luogo ventilato perché le correnti soffiano sulle bruciature, disperdendo più in fretta la sofferenza nell’aria.

Se alla fine dei sette giorni l’olio avrà stemperato la fiamma della rabbia, significa che l’olio di oliva cura davvero qualsiasi tipo di ustione, rimarginando anche le ferite del cuore. Se invece non riscontrerete nessun miglioramento ma continuate a sentirvi piene di livore, fermatevi davanti a uno specchio e guardatevi: avete una pelle meravigliosa e profumata, il vostro seno è di nuovo morbido e sostenuto. Uscite di casa dimenticando il vostro grumo di rabbia, riempite il vuoto scavato dal dolore, siete pronte a innamorarvi di nuovo per la prima volta, benché non più extravergini.

 

 

Morale della fragola.

Morale della fragola.

La fragola è un frutto che innesca le voglie, provoca golosi abbinamenti e appetiti lussuriosi: fragole e panna, fragole e cioccolato, fragole e champagne, fragole e fregole. Nonostante la dolcezza, ha un’anima piccante.

Secondo le credenze popolari, la voglia di fragola insoddisfatta si vendica tatuandosi sulla pelle dei posteri, come un monito. Questa voglia epidermica può avere conseguenze ancora peggiori se dà alla testa, scatenando dipendenze atroci, deliri di possesso, gelosie indomabili, come nel caso disavventuroso di Anna, Anna e fragole.

Sulla pelle bianchissima, Anna aveva una voglia di fragola sotto la cresta iliaca, proprio al bivio tra il controllo di sé e la rottura dei freni inibitori, dove è facile scivolare sulla via che porta al parco giochi dell’inguine. Forse non era la cima del punto G, ma di certo arrivava al punto F. Era un tesoro custodito in uno scrigno che poteva aprire solo chi rubava le chiavi delle mutande.

Colui che l’assaggiò per primo ne fu stregato e decise che quel tesoro doveva appartenergli per sempre. La loro storia invece finì e, qualche tempo dopo, Anna sposò un altro.

Trafitto nell’orgoglio, l’esploratore che scoprì il gusto di quella fortuna decise di far sapere al rivale-marito di essere stato lui il primo, rivendicandone la proprietà. Tutto ciò rese lui pazzo, l’altro infelice e lei ingiustamente colpevole di una voglia non sua. Ma il più offeso fu l’amore.

Morale della fragola.

È noto che le colpe dei padri – come anche quelle delle madri – ricadono sui figli. In questo caso, la colpa di non aver assaggiato la polpa di una fragola è ricaduta sulla pelle di Anna, sotto forma di voglia, dando vita a uno storia piena di macchie e peccati indelebili: dal frutto zuccherino si è finiti in un amaro destino.

Lo so, è una vicenda paradossale, un racconto pretestuoso, una macedonia di surrealtà, ma nel cuore di tutte le desiderabili fragole, vere o simboliche, è contenuta una verità indiscutibile: le voglie represse marciscono nel corpo, intossicando le vie del sangue e poi le strade del vizio. Saziatele prima che sia troppo tardi, coglietele nel turgore della gioventù, almeno quella di fragole.

I primi piatti dei secondogeniti.

I primi piatti dei secondogeniti.

Il destino assegna ruoli di cui non ci si libera facilmente.

Di solito i secondogeniti sono quei figli abituati, loro malgrado, all’esperienza del dopo: hanno i vestiti dismessi dai fratelli più grandi, si ritrovano giocattoli usati, a volte anche le carezze hanno un’intensità minore, come se fossero di seconda mano (è chiaro che la faccenda è ancora peggiore per i terzi, i quarti, in generale potremmo includerli tutti nella categoria dopogeniti). Anche nella maggior parte degli album fotografici, i dopogeniti sono in minoranza, figli attori ma raramente protagonisti. È vero che i più piccoli hanno la simpatia della mascotte di casa, ma la frustrazione del dopo resta, se non debitamente curata, silenziosa e latente, con effetti duraturi.

I secondogeniti adulti si abituano a far passare gli altri per primi, a vedere divieti inesistenti, a non scegliere, quasi per comando genetico. A tutti questi portatori sani di complessi filiali, si consiglia di impossessarsi di un piano cottura e di mettersi a cucinare, ma attenzione: è vietato qualsiasi aiuto esterno, che sia di un manuale o di persone. I secondogeniti devono cucinare in assolo, sperimentando insoliti ingredienti, ardite associazioni di sapore, funamboliche combinazioni del gusto. Liberate la fantasia perché con essa si allenteranno quei nodi che stringono il cuore sin dall’infanzia. Quando finalmente riuscirete a inventare un nuovo sapore, sarete voi ad assaggiarlo per primi, nessuno vi precederà.

Painter Ernest Zacharevic

Il sugo della suocera, il sangue della nuora.

Il sugo della suocera, il sangue della nuora.

La peggior trappola in cui può cadere una donna è la brace che si nasconde sotto la padella della suocera. Scivolarci dentro è un attimo ma l’ustione della delusione può bruciare per decenni. L’Italia è un paese affondato nel sugo delle mamme, che è rosso come il sangue e come un vincolo di sangue imprigiona i figli nell’orbita materna, conservati dietro i vetri di una casa vasetto, dispensati dalla vita. Il maschio italiano è il chierichetto che assiste estasiato la sacerdotessa del ragù, è l’agiografo della Vergine del Fritto che ricorda, a ogni pasto estraneo – Sì, è buono, ma come lo cucina mia mamma… – con i punti di sospensione che disarmano qualsiasi tentativo di emulazione.

Il fondamentalismo culinario dell’italiano uomo è estremo, punitivo contro chi vuole infrangere il tabù del raviolo. È inutile cercare di prenderlo per la gola e ancora peggio tentare l’affronto: copiare le ricette della mamma è come mettere un crocefisso alle pareti di un bordello.

Ma.

La ricetta per vincere la sfida esiste.

Il primo sabato del mese fate una dieta a base di sola acqua e frutta rossa.

Non fumate e prima di dormire prendete una tisana di tiglio e melissa.

La domenica, al mattino, servitegli a colazione un meraviglioso piatto di carne, la vostra, cruda ma calda, con contorno di baci e profumata con spezie amoratizzanti.

È l’unico piatto che sua mamma non gli ha potuto servire, anche se ne avrebbe avuto voglia.

 

 

 

 

 

Gorgelove.

Gorgelove.

Archetipi del nutrimento, ricette di famiglia, promemoria d’amore.

Quando il critico Anton Ego assaggia la ratatouille preparata dal topolino chef si commuove, e ricorda.

Ricordare significa rimettere nel cuore, è un’esperienza religiosa perché ri-lega all’origine dell’esistenza.

Con un tocco di forchetta magica, Anton Ego ritorna nell’eden dell’infanzia, nel fatato c’era una volta proprio di ogni cucina materna. Un sapore può essere dimenticato ma non scordato e la punta di una posata è il trampolino che permette un salto oltre lo spazio e il tempo.

Le ricette di famiglia sono opere d’arte culinaria, supporti per la nobiltà del corpo e dello spirito, che ci mantengono in contatto con l’altezza della vita.

Sono i segni commestibili della tradizione che si qualificano grazie al gusto.

Il gusto è l’eccellenza tattile dell’uomo, conosce più del tocco e della parola perché non ha il dualismo della separazione, né i limiti della spiegazione (sapreste spiegare il sapore di una fragola?) ma attua l’identità: noi siamo ciò che mangiamo, diventando Uno.

Per averne la prova più elementare e sublime, basta osservare il neonato che vuole riunirsi alla madre cerandone il capezzolo, simbolo unificante di questa triade naturale e perfetta.

Colui che è generato cerca la genitrice per tornare a essere parte di lei, tornare a essere Uno: il neonato/conoscitore e la madre/conosciuta si ritrovano nella conoscenza, pura e bianca come il latte. Tutto ciò avviene nei mammiferi per intuito, forza di un’intelligenza massima, geneticamente volta alla ricerca dell’unione e dell’armonia.

Lo stesso potere attraente appartiene di riflesso alle ricette di famiglia: la capacità di unire le persone fra loro, e ogni singola persona all’inizio di se stessa, alla grazia celeste che è bontà.

La più elevata forma di intelligenza è la bontà – diceva San Paolo – e i cibi sono buoni se hanno l’armonia degli ingredienti, se la ricetta contiene il sale della saggezza. È importante conservare le ricette di famiglia, folklore della nostra gastronomia, ierofania sull’altare del fornello.

Suggere dalla tradizione come un neonato dalla madre e suggerirne la conoscenza, sono verbi che si condiscono nella suggestione: prendere e trasmettere, succhiare la verità e diffonderla come fosse nettare. In fondo, anche la felicità è una ricetta semplice.

Sentimenti e alimenti condividono la stessa idea di genuinità, e spesso una storia simile: si cuociono sul fuoco, si conservano nel cuore, indispensabili promemoria della virtù e dell’amore.