cucine2

Agosto. Sera. Il termometro segna 38°.

I clienti iniziano ad arrivare. “Dài una pulita hai banconi!”. Non siamo pronti. “E perchè il brodo è ancora li?! Mettilo in cella”. Stiamo in ritardo. L’orario del servizio è già cominciato, la cucina fa schifo. “Levalo dai fuochi, che ci serve spazio!!”.
Lo chef è al limite, sta per scoppiare. “Ma è ancora bollente, non posso metterlo in cel…”. Arriva la prima comanda. “LEVAMELO DALLE PALLE!!!”. Siamo in merda. Afferro il primo braccio che mi passa accanto.
No, lei no. Ci provo: “Mettiamo il pentolone in cella!” “Ora non posso , c’è il servizio” ce ne siamo accorti tutti, grazie dell’informazione. “Dài cazzo che dobbiamo liberare i fuochi!!”. Lei, con la coda dell’occhio sul sous-chef per essere sicura che la stia guardando, “Ma c’è il servizio, non mi posso allontanare.” Ah ok, ora che hai fatto la prima della classe, puoi smetterla di leccargli il culo, si è girato. Maledetta. Stagista come noi. Fa la carina con chi deve. Fa quello che vuole. Cerco un altro braccio da afferrare. “Aiutami!” “Non posso, devo…” il suo sguardo cade sullo chef che si aggira furibondo per la cucina, cazziando tutto ciò che incontra.
Afferriamo i manici. Con rapidi e piccoli passi, trasportiamo un pentolone con 60 litri di brodo bollente non filtrato. E’ come trasportare velocemente la carcassa di un elefante in una stazione, all’ora di punta. Guardiamo il pentolone poggiato sul pavimento della cella frigorifero. Non si riesce a vedere all’interno, per quanto sta fumando. Rumori dalla cucina. Ci guardiamo. Mammamia che facce. Già stravolti e sudaticci. Non possiamo cercare un’altra soluzione, non ora. Facciamo spallucce e torniamo in fretta in cucina.
Spadelliamo, corriamo, friggiamo, “Via col sette!” inforniamo, frulliamo. Siamo pieni. “Marcia un riso,….” Si vabbè, poi vedo. Tritiamo, grigliamo, corriamo ancora.  Ad un certo punto il mio sguardo cade sulla cella. Aperta. Ormai starà sui 12-15°, penso.

Dentro la cella: lei.

Osserva uno scaffale come se stesse in un museo. E’ calma, quieta e serena. La sua pelle è asciutta. “Occhio occhio!!” a ripetizione, come una sirena. Per farsi strada mentre corre per la cucina, infilandosi in cella. Cerca in tutti gli scaffali. Prende una, due, tre, quattro cose. Lei rimane lì, ferma, in mezzo alle palle. Lo guarda farsi il culo, con un sorrisetto neutro stampato in faccia. Lui esce di corsa, con le braccia piene, scontrandola e maledicendola. Prima che la chiuda dentro sbattendo la porta, faccio in tempo a vederla perdere l’equilibrio. Fa un passo all’indietro. Ne fa un altro. Qualcosa le blocca il piede. Con la mano sullo scaffale. E’ bagnato, umido per il vapore. E’ scivoloso. SBLAM! La porta mi impedisce di vedere come va a finire.
Ma il rumore che sento ricorda un sasso che cade in acqua. Segue un urlo. Poi più niente. Apro la cella. L’altro collega mi raggiunge, ancora con le braccia piene. Vediamo lei estrarre di scatto la gamba dal pentolone di brodo fumante, buttandosi a terra disperata. Non facciamo in tempo a ridere, che fortunatamente arrivano tutti. La soccorrono preoccupati. Poi succede tutto ciò che ci si aspetta. “Oh mio dio!” e tutti in ospedale. Piede ustionato. Molto ustionato. Per toglierle il calzino usano un bisturi. Tipo quando sbucci una pesca.

La mattina dopo. Sono le 10, già fa caldo. “Filtriamo il brodo? Ormai sarà freddo.”. Lo togliamo dalla cella e comincio. Mi accorgo subito che c’è qualcosa che non va. C’è qualcosa di troppo grosso nel brodo. Scatto:“Oddio che schifo!!”. Estraggo la scarpa mezza squagliata. “E ora? Dobbiamo buttare il brodo?!”.

Cucina. A volte fai quello che ritieni giusto. Altre quello che devi fare. Ci insegnano a non sprecare il cibo. Per rispetto. Per i soldi. 60 litri non si buttano. Ma una scarpa in un brodo è anticostituzionale.

“E ora? Dobbiamo buttare il brodo?!”. Mi guarda. Fa la faccia preoccupata. Lo noterebbe anche un cieco che è divertitissimo per la situazione. Ma già che ci prova è grasso che cola. Lo incalzo: “E quindi?”. Fa un ridicolo tentativo di trattenere un sorriso. “Beh… Credo che dovremmo…..”. E poi silenzio. Non risponde.

M. Tawny