L’unico riso condito con fantasia è il riso in bianco. Si può aggiungere un po’ di burro o un po’ d’olio, al limite olio e limone ma niente di più. Quando si prepara il risotto ai frutti di mare, alla milanese o l’insalata di riso – affollata babele di sapori che mette le lingue in conflitto – la fantasia non serve perché la realtà è già abbastanza condita, anche troppo. Il riso in bianco invece è il piatto preferito dalla fantasia, come il foglio bianco è prediletto dalle matite colorate. Non appena si riversano nel piatto quelle centinaia di gemellini che si chiamano tutti chicco, la fantasia accorre e si getta nel mezzo per dare tono e colore a quel muto insieme di bianco su bianco.

Riso in bianco e fantasia sono ingredienti inseparabili, bisogna tenerli sempre vicini. Lo sanno bene tutti quelli che hanno limitazioni alimentari le quali, per essere superate, hanno bisogno dell’immaginazione. Senza fantasia il riso è insipido, la fantasia è l’unica in grado di cambiare il gusto delle cose, l’unica che aiuta a vedere il piatto mezzo pieno. Nessun tartufo e nessun salmone saranno mai in grado di rendere appetitoso un riso che viene mangiato da una bocca poco fantasiosa – direbbe il saggio cinese – che non a caso mangia molto riso.

La fantasia del riso in bianco è pura e non corrompe con sofisticate golosità, non servono. Il riso apre la porta dello stomaco con delicatezza, con la stessa attenzione del purè, poi accarezza la pancia in un modo che fa sentire ancora bambini, da sempre i migliori interpreti della fantasia.

Nella vita come a tavola siamo ormai protesi alla ricerca di forme di godimento sensazionalistiche, di superare i record del divertimento e del piacere, ma forse la ricetta della felicità è più semplice di quanto si creda. O forse la fantasia del riso è solo un’illusione, ma merita un sorriso, in bianco.